Buoni autori, buone storie

Un articolo di Alessandra De Ciechi Lo “scrittore” vive o è una specie in via di estinzione, apparso qualche giorno fa su LinkedIn, tocca alcuni temi su cui rifletto e discuto da diverso tempo. In fondo, sono pur sempre un redattore/editor di testi scolastici, nonché un appassionato di narrativa. Così eccomi qui, per un’estemporanea capatina nel mondo in cui lavoro. Seguitemi se vi va.

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Sketching

Non so disegnare, dunque scrivo. Lo so, a Cartesio è venuta meglio, ma insomma lui era lui e io sono io.

Comunque. Diversi anni fa viaggiavo molto, soprattutto d’estate. Quando arrivava il giorno delle vacanze mettevo quattro cose nello zaino, gettavo lo zaino e la tenda sul sedile posteriore della mia innocenti rossa e via. Passavo a prendere Dario, il mio compagno di avventure, gettavamo il suo zaino accanto al mio e imboccavamo l’autostrada. Alla “via così” come direbbe Jack Sparrow, verso i nostri dieci/dodici giorni on the road, muniti dell’inseparabile guida ai campeggi del Touring Club. Che ci crediate o no, prima di Google e dei cellulari questi erano i mezzi.

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Certi giorni di pioggia

Una volta dissi a una mia amica che preferivo i giorni di pioggia. “È naturale”, rispose lei. “Sei depresso”. Diciamo che la delicatezza nel dire le cose come stanno non è mai stata il suo forte.

Eppure, ammesso che avesse ragione, devo dire che può esserci una certa bellezza anche nella depressione. Non vedo come chiamare diversamente questa indolenza del corpo e della mente che, in giorni come questo, mi spinge a mettere da parte quello che sto facendo, sedermi più comodo sulla sedia, adagiarmi contro lo schienale e lasciarmi rapire dalla pioggia che cade incessante al di là della finestra aperta.

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La rivoluzione della pancia

Da come mi guarda sembra che io sia stato colpito da una malattia rara e disgustosa. “Gian”, mi dice. “Hai fatto la pancia!”

Seguo il suo sguardo. In effetti, il cotone leggero della polo è languidamente adagiato sopra la linea convessa dei miei addominali. Ebbene sì, in quest’epoca in cui la fighitudine è asciutta, io mi sono permesso di metter su una pancia a dir poco irriverente.

“Devi fare un po’ di sport.”

Lo faccio, lo sport.

“Non ne fai abbastanza”.

Invece sì, ne faccio abbastanza.

“Ma allora scusa”, scuote la testa. “Com’è possibile?”

Be’, se proprio me lo chiedi…

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Domenica mattina

Valeria dorme. Prendo le chiavi e mi concedo una passeggiata per le strade semideserte e silenziose. Cornetto al cioccolato e caffè allo chalet sul lungomare. Il tizio del bar ha voglia di parlare e mi racconta la sua passione per Jennifer Lopez, che intanto balla seducente sullo schermo di MTV. Prima era passato il video delle Serebro, tre ragazze russe ammiccanti e un po’ troie, però simpatiche. Pago ed esco.

Cammino all’ombra degli alberi della villa, mi siedo su una panchina. Non sono ancora le dieci e il caldo è già terribile. Guardo Napoli. Il mare calmissimo, le barche all’ancora, la collina di Posillipo. È tutto bellissimo e io sono in pace. Penso a questa città come a una donna vittima di violenze domestiche, maltrattata ogni giorno da coloro che dicono di volerle bene. Cerco le parole per descrivere questa perversione dei napoletani ma non trovo quelle giuste. So solo che la camorra non è la causa, ma la conseguenza.

Ritorno a casa senza fretta. Piazza dei Martiri, via Alabardieri, vicoletto Belledonne. Anche lì tutto tranquillo. Negozi chiusi, nei baretti si fanno le pulizie. Forse a ora di pranzo ci sarà l’aperitivo. Arrivo a casa. Devo lavorare ma prima voglio ricordare queste cose. Valeria dorme ancora. Argo scorrazza libero da qualche parte, nel giardino di Torca.