Avete rotto il cazzo

Un articolo che vale davvero, davvero la pena di essere letto (non mio, quindi vi potete fidare)

acidorsa

[disclaimer: post politicamente, moralmente e istituzionalmente scorretto, immotivatamente scelto per riattivare il blog dopo 3 anni di silenzio. Statece.]

Sono 20 anni che lavoro di cui 17 in comunicazione e relazioni pubbliche.
Sulla mia strada ho fatto, visto e affrontato di tutto: allestimenti alle 3 del mattino, relatori impazziti che ti danno buca all’ultimo momento, trombe d’aria e temporali che ti distruggono la location dell’evento, crisi mediatiche di ogni genere e sorta, combattimenti all’ultimo budget con amministratori delegati con manie di grandezza e tasche a chiocciola. Insomma tutto il corollario possibile di un lavoro che per sua stessa natura è incerto e mutevole.

Ho potuto però sudare, soffrire, piangere, incazzarmi e stancarmi fino allo svenimento alle dipendenze di un capo esigente (eufemisticamente parlando) ma capace, corretto e puntuale nelle scadenze (soprattutto quelle bancarie) e sotto l’ombrello di un blindatissimo contratto che mi ha consentito di ammalarmi, fare ferie e addirittura…

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Il politico a punti

La rocambolesca vicenda delle primarie del Movimento 5 Stelle, tanto per dirne una, mi fa venire in mente che per la valutazione dei politici dovremmo utilizzare un sistema di rating tipo quello della patente a punti.

Il sistema della patente è noto: ogni automobilista parte da un numero di punti prestabilito. Ogni infrazione al codice della strada costa una perdita in termini di punti proporzionale alla gravità dell’infrazione stessa: più grave è l’infrazione, più alto è il numero dei punti persi. Quando l’automobilista perde tutti i punti, gli viene tolta la patente e deve rifare l’esame. Ma il sistema funziona anche al contrario, premiando quelli che guidano secondo le regole: per ogni anno passato senza infrazioni si guadagnano punti che aumentano il capitale iniziale. Nell’insieme, e almeno in teoria, mi sembra un buon modo per tenere sulla strada solo quelli abbastanza capaci di guidare da non costituire un pericolo per sé e per gli altri.

Riportiamo tutto questo alla politica. Non me ne vogliano i Cinque Stelle se li uso come esempio, si tratta solo degli ultimi in ordine di tempo di una lunga, ahimè lunghissima fila, tristemente bipartisan (o tripartisan, o coalipartisan).

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Lei aveva gli occhi aperti (parte 3)

E insomma eccoci qui, al finale di stagione. In realtà, al finale e basta. Se avete letto anche le prime due parti avete la mia eterna gratitudine. Se non lo avete ancora fatto e dovesse andarvi, trovate la prima qui e la seconda qui. Se lo fate, va da sè, avrete la mia eterna gratitudine.

In ogni caso, buona lettura.

4

Il concerto era andato bene. Nel palasport esaurito, a pochi metri dal palco, Andrea e Deb erano stati abbracciati la maggior parte del tempo. Avevano ballato vicini, avevano saltato e cantato, avevano battuto le mani a tempo con gli altri. Io mi ero limitato a guardarli, restando qualche fila più indietro, con Nico e Alessandro. Dopo un po’ li avevo persi di vista. Il gruppo faceva un rock tradizionale, alternando pezzi scatenati a ballate romantiche. Col passare del tempo tenere fermi i piedi era diventato impossibile e per quasi due ore avevamo ballato come pazzi. Alla fine eravamo sudati, affannati e contenti.

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Lei aveva gli occhi aperti (parte 2)

E insomma eccola qua, la seconda parte del racconto. Che ci crediate o no qualcuno me l’ha addirittura chiesta (sicuramente perché mi vuole bene, ma va bene lo stesso).

Se proprio volete sapere cosa c’è prima e cominciare dall’inizio partite da qui. Altrimenti, andate avanti e godetevi il secondo round.

2

“A mio fratello”, dice Nico, alzando il bicchiere. Siamo al quarto, forse al quinto giro, e da qualche minuto ho difficoltà a seguire la conversazione.

“Ad Andrea”, dice Alessandro.

Deb alza la sua birra. “Al migliore di noi”, dice. Manco solo io.

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Noemi e le altre

Lo so, mettersi a parlare della società è sempre un po’ una roba da tema in classe o, peggio, da vecchi. So anche che i social vanno usati per mostrare quanto siamo fighi e irresistibili e quanto la nostra vita sia meravigliosa. I nostri post devono essere ironici, leggeri, brillanti, accattivanti e possibilmente liberi da pensieri negativi. Eppure, se questa è la direzione in cui stiamo andando, e mi sembra di sì, ogni tanto mi viene da chiedermi se sia proprio la direzione giusta.

Ogni tanto, mi dico, sarebbe il caso di fermarci a riflettere con un minimo di impegno – lo so, lo so, anche questa è una brutta parola, ci manca poco che finiamo addirittura nella politica – sul mondo che stiamo contribuendo a creare. Prendiamo oggi, per esempio. Un ragazzo di sedici anni ammazza la fidanzata, adolescente anche lei, e confessa che lo ha fatto perchè lei voleva “convincerlo a uccidere i suoi genitori” (vedi articolo su La Stampa qui). Un quarantenne getta la compagna dall’auto e le spara alla schiena perché “aveva troppi amici” (l’articolo è qui). Insomma, non è che tutta questa leggerezza ci ha fatto un po’ perdere il senso delle cose?

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