Descrivere un’opera di Banksy

In questo periodo pieno di rovesci mi hanno chiesto di scrivere un breve esempio di storytelling scolastico. Il tema era una delle opere che Banksy a realizzato sul muro di separazione tra arabi e israeliani a Betlemme. Non so come, mi sono ritagliato un quarto d’ora di pace e l’ho fatto. Ecco il risultato.

È uno strano posto, il Muro. È una barriera di cemento alta otto metri, sormontata dal filo spinato e protetta da soldati col fucile. Divide la città in due. Questa città, Betlemme, che per mezzo mondo è un luogo sacro, per molti di noi oggi è soltanto noi di qua, loro di là.

Di certo il Muro fa parlare di sé, e attira un mucchio di gente. Anche artisti famosi. Come Bansky, quel tizio inglese di cui, a parte il nome, nessuno sa nulla. Quello che ha dipinto sui muri praticamente di tutto il mondo. Uno street artist, lo chiamano. Uno che fa della strada la sua tela.

Qualche anno fa, in un’intervista rilasciata via email (non c’è altro modo per intervistarlo) alla domanda sul perché fosse venuto in questa regione pare che abbia risposto di essere attratto perlopiù dal Muro. “La superficie sembra in grado di assorbire molto bene la pittura”, ha detto.

Ad ogni modo, io vengo al Muro soprattutto per accompagnare mia sorella più piccola, Amira. I nostri genitori non ne sarebbero molto contenti, se lo sapessero. Dicono che non bisogna fidarsi dei posti pieni di gente e di soldati. Dicono che non sai mai quello che può succedere. E hanno ragione, se ne sentono di tutti i colori. Ma Amira è troppo piccola per capirlo. “Andiamo a guardare i disegni”, mi dice, tirandomi per la manica, quando i nostri sono al mercato.

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Conversazione

“Perché non ti sei mai sposato?”

“Ti sbagli. Mi sono sposato, e sono anche rimasto fedele per tutta la vita: al piacere di camminare leggero per strada senza fretta, all’ordine della mia casa, alla libertà di scegliere in ogni momento le cose che mi va di fare…”

“Sembra una cosa da ragazzini.”

“Non lo è.”

“Ma hai pagato un prezzo.”

“Tutti lo pagano. Anche quelli che sposano un’altra persona. È solo un prezzo diverso.”

“E non ti senti mai solo?”

“Qualche volta, sì. Ma tu? Hai una bella moglie e due splendide figlie. Non ti senti mai solo?”

Ci pensa. “Sì”, dice. “Qualche volta sì.”

Bevo un altro sorso della mia birra e aspetto la prossima domanda.

Sunday Morning

Valeria sleeps. I take the keys and I allow myself a walk through the semi-deserted and silent streets. A chocolate croissant and a coffee at the waterfront chalet. The guy in the bar wants to talk and tells me about his passion for Jennifer Lopez, who meanwhile is seductively dancing on MTV’s screen. Before that, had passed the video of Serebro, three Russian girls winking and a bit slutty, but nice. I pay and go out.

I walk in the shade of the Villa’s trees, then I sit on a bench. It’s not yet ten o’clock and the heat is already terrible. I look at Naples. The calm sea, the boats at anchor, the Posillipo hill. It’s all beautiful and I’m at peace. I think of this city as a woman victim of domestic violence, mistreated every day by those who say they love her. I look for words to describe this perversion of the Neapolitans, but I can’t find the right ones. I only know that the Camorra is not the cause, but the consequence.

I return home without haste. Piazza dei Martiri, via Alabardieri, Belledonne alley. Even there, everything is quiet. Shops closed, in the bars staff are cleaning. Maybe at lunch time there will be some aperitives. I arrive home. I have to work but first I want to remember these things. Valeria is still asleep. Argo roams free, somewhere in the Torca garden.

Une belle petite histoire

Les belles histoires appartiennent à tout le monde. La suivante, je l’ai trouvée dans un livre – Écrire Zen, par Natalie Goldberg – et j’ai décidé de le ramener ici parce que, dans sa simplicité, elle a été un moment de sérénité au coeur d’une journée frénétique.

«Un été, j’étais garde forestier pendant quatre mois dans l’Oregon, et pendant tout ce temps, j’ai vécu seul. Comme il n’y avait pas d’âme vivante, j’étais pratiquement sans vêtements. J’ai vécu au cœur de la forêt. À la fin de l’été, j’étais très bronzé et très calme. À la fin d’août, j’étais accroupi pour cueillir des baies dans un buisson, et soudainement j’ai senti une langue me lécher l’épaule. Lentement j’ai tourné la tête. C’était une cerf, qui a léché ma sueur de mon dos! Je me suis arrêté, alors la biche s’est tenue près de moi, et nous avons mangé les baies de ce buisson dans le silence. J’ai été stupéfié qu’un animal pourrait avoir tellement confiance en moi.”

A great short story

Beautiful stories belong to everyone. Here is one that I found in a book – Writing down the bones, by Natalie Goldberg – and I immediately loved it. In its simplicity, it was a moment of beauty on a hectic day.

 

“One summer I was a forest ranger for four months in Oregon. For all that time I lived alone, and since there was not a living soul around, I was practically without clothes. I lived in the heart of the forest. By the end of the summer I was very tanned and very calm. At the end of August, I was crouched down to pick berries from a bush, and suddenly I felt a tongue licking my shoulder. Slowly I turned my head. It was a doe, who licked my sweat from my back! I stood still, then the doe stood beside me, and we both ate the berries of that bush in silence. I was amazed that an animal could have so much confidence in me.”