I dodici apostoli

Tranquilli, la religione non c’entra. Parliamo semplicemente di libri. Non libri qualsiasi, magari, ma quelli che ti seguono ovunque, che sono sempre con te, che non arretrano, non ti abbandonano, non lasciano il posto ad altri. Come apostoli, appunto.

Il fatto è che negli anni ho fatto tanti traslochi. A volte per scelta, a volte per necessità, e ogni volta mi si è posto il problema dei libri. Lo conoscete anche voi, se almeno una volta vi è capitato di trasferirvi in una casa nuova. Li porto con me? Li lascio? E quali porto? Quali lascio? È un bel dilemma.

Sono un lettore da che ho memoria. Ricordo una riduzione per ragazzi di Moby Dick, parzialmente illustrata, e una selezione del Reader’s Digest che avevo preso dalla libreria di mio padre – una di quelle comprate per corrispondenza al Club del Libro, con le pagine rigide che sapevano di fumo – della quale mi è rimasta impressa una versione breve de Lo squalo, il romanzo di Peter Benchley che ha ispirato il celeberrimo film di Steven Spielberg.

Questo per dire, insomma, che ho iniziato a leggere molto presto, e molto presto ho iniziato a collezionare. Anche questa, per molti di voi, non sarà una novità. Pile e pile di libri, non sempre letti, anzi, molti acquistati compulsivamente e poi “da leggere” prima o poi. I grandi must della Letteratura. Per molti anni ho anche sognato, una volta che avessi avuto una casa mia, di poter adibire una stanza a sala di lettura: un ambiente elegante, da professore, arredato con poltrone comode, ben illuminate, uno scrittoio e librerie a tutta altezza cariche di romanzi, raccolte di racconti, volumi di poesia, saggi e libri d’arte con pagine patinate e grandi riproduzioni. Una vera biblioteca, insomma.Un monumento ai piaceri del lettore.

Con il tempo, tuttavia, ho scoperto che un sogno del genere presuppone una certa stabilità – concetto che, fino a poco tempo fa, era piuttosto estraneo alla mia vita. Sono stato piuttosto un nomade, e il nomadismo non si addice alle grandi librerie. Spostare i libri è una fatica immane – prima, durante e dopo – pari solo a quella di doverli spolverare di tanto in tanto.

In ciascuno dei miei traslochi ho impiegato un tempo relativamente breve a raccogliere e imballare le mie quattro cose e i miei vestiti e un tempo smisuratamente lungo a ordinare e infilare i miei libri in grandi scatole di cartone che, alla fine, pesavano come blocchi di marmo di Carrara. Senza contare che di rado mi sono trasferito in case più grandi di quelle da cui partivo. Si può dire, al contrario, che i miei spazi abitativi abbiano subìto un lento ma inesorabile processo di riduzione.

Per questo motivo, un po’ alla volta, ho iniziato a mettere un freno alla mia smania di collezionare e, soprattutto, di portarmi dietro qualunque cosa avessi letto o avessi intenzione di leggere.

A qualcuno potrebbe sembrare una cosa orribile, lo so, ma ho iniziato a lasciare qua e là un po’ di volumi: prima i romanzi finiti “per forza” (ero uno di quelli che non riescono a lasciare a metà un libro: una volta iniziato dovevo arrivare alla fine, anche a costo di infliggermi inutili ore di noia e di bombardare me stesso con pagine interminabili, pesanti come palle di cannone), poi quelli comprati e lasciati a languire sul comodino o sullo scaffale dei prossimamente da tempo immemorabile.  

Eppure, nonostante lo sforzo e qualche rinuncia dolorosa, i risultati sono stati scadenti: ho continuato a ritrovarmi davanti ai miei intrasportabili blocchi di marmo.

E così un bel giorno, complice un periodo di minimalismo spinto (dal quale, ammetto, in linea di principio non sono ancora uscito), nonché il cambio di città e il passaggio da un monolocale di 35 mq con ampio soppalco a una camera singola di 15 con cucina in comune, mi sono detto che era ora di finirla di portarmi appresso tutta quella roba (proprio così, “roba”) e di prendere una decisione drastica. Avrei portato con me solo i libri di cui sentivo di non poter fare a meno, i miei inseparabili, quelli che mi hanno segnato, fatto crescere, modellato, che hanno orientato i miei sogni, i desideri, il modo di vedere le cose.

La mia top ten, insomma. Anzi no, meglio: i miei dodici apostoli. Dodici è un buon numero, per un gruppo di seguaci, o di compagni d’avventura, di amici sui quali puoi sempre contare (fuor di metafora sì, sono uno che rilegge, all’occorrenza: anche molte volte, sempre la stessa storia, come i bambini). D’altronde dodici è il numero scelto anche da gente più importante di me, anche se poi non è finita benissimo. A ogni modo è così che è andata, ed è così che ho cominciato a stilare la mia lista.

La condivido qui, citando i romanzi, i racconti e le poesie più o meno nell’ordine in cui sono apparsi nella mia vita:

  • Un’aquila nel cielo, di Wilbur Smith.
  • Il gabbiano Jonathan Livingston, di Richard Bach.
  • I racconti di Dino Buzzati.  
  • Come un romanzo, La fata carabina e Il paradiso degli orchi, di Daniel Pennac.
  • La prima sorsata di birra, di Philippe Delerm.
  • Il cavaliere inesistente, di Italo Calvino.
  • In culo al mondo, di Antonio Lobo Antunes.
  • Piattaforma e Le particelle elementari, di Michel Houellebecq.
  • Stand by me, di Stephen King.

Dato il limite rigoroso che mi sono imposto alcuni libri non rientrano tra i dodici apostoli ma costituiscono una sorta di bonus track. Non li porto dietro fisicamente, ma dentro sì. Sono:

  • Poesie di Eugenio Montale (vogliamo parlare di Limoni?) e Camillo Sbarbaro (o forse di Taci, anima stanca?).
  • Tra le braccia sue, di Camille Laurens.
  • Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, di Raymond Carver. 
  • Se ti abbraccio non aver paura, di Fulvio Ervas.

Dunque, eccoli qua, i miei dodici apostoli, i miei inseparabili compagni di viaggio (più qualche imbucato), ben allineati sul mio scaffale. Non è la biblioteca da professore che sognavo ma, a ben vedere, è la mia biblioteca.

Ed è anche molto facile da trasportare.

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