Il politico a punti

La rocambolesca vicenda delle primarie del Movimento 5 Stelle, tanto per dirne una, mi fa venire in mente che per la valutazione dei politici dovremmo utilizzare un sistema di rating tipo quello della patente a punti.

Il sistema della patente è noto: ogni automobilista parte da un numero di punti prestabilito. Ogni infrazione al codice della strada costa una perdita in termini di punti proporzionale alla gravità dell’infrazione stessa: più grave è l’infrazione, più alto è il numero dei punti persi. Quando l’automobilista perde tutti i punti, gli viene tolta la patente e deve rifare l’esame. Ma il sistema funziona anche al contrario, premiando quelli che guidano secondo le regole: per ogni anno passato senza infrazioni si guadagnano punti che aumentano il capitale iniziale. Nell’insieme, e almeno in teoria, mi sembra un buon modo per tenere sulla strada solo quelli abbastanza capaci di guidare da non costituire un pericolo per sé e per gli altri.

Riportiamo tutto questo alla politica. Non me ne vogliano i Cinque Stelle se li uso come esempio, si tratta solo degli ultimi in ordine di tempo di una lunga, ahimè lunghissima fila, tristemente bipartisan (o tripartisan, o coalipartisan).

Ad ogni modo, cosa accadrebbe se togliessimo dei punti a un politico – o a un partito politico – per ogni violazione del codice deontologico professionale (non so se esiste, ma nel caso bisognerebbe inventarlo), per ogni esternazione infelice, per ogni manifesta incapacità di governare non dico una città, ma una situazione, per ogni avviso di garanzia, per ogni indagine della magistratura, insomma per ogni esempio di cattiva condotta o di incapacità a svolgere con competenza le proprie mansioni?

Affideremmo la nostra auto, o il pulmino scolastico dei nostri figli, a uno che ha commesso tanti errori da perdere tutti i punti della patente? Probabilmente no. Allora perché ci ostiniamo ad affidare il nostro paese, le nostre vite, i nostri risparmi, la nostra attenzione a qualcuno che ha palesemente perso tutti i punti per fare politica?

Certo, le infrazioni al codice della strada sono in qualche modo certe e misurabili: un divieto di sosta è uno spazio visibile in cui non si può parcheggiare, indicato con tanto di cartello; un semaforo rosso è un semaforo rosso e un limite di velocità è un numero che tutti capiscono.

E la politica no? L’organizzazione di primarie democratiche che prevedono candidati con le medesime possibilità di vittoria non è una realtà altrettanto misurabile di un divieto di sosta? Una legge contro l’evasione fiscale che colpisca quelli che veramente evadono non è un concetto altrettanto semplice di un semaforo rosso? Un’affermazione contro la concessione della cittadinanza a quegli stessi alunni a cui chiediamo il rispetto delle nostre leggi non costituisce un limite evidente quanto quello di velocità? E vogliamo parlare di quelli che dicono che “le donne, in fondo, devono stare più attente”?

Certo in molte di queste cose non c’entrano i Cinque Stelle. Il fatto è che non dico l’etica, ma il buon senso e la competenza sono realtà misurabili in ogni ambito e per ogni attività. Sarebbe ora che i nostri politici senza patente se ne accorgessero. E, se loro non lo fanno, che cominciassimo a dirglielo noi.

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