Una sana presunzione

Nei miei momenti migliori sono vittima di una sana presunzione: quella di meritare di più. Di più dal mio lavoro, di più dalla mia compagna, di più da me stesso.

Capita soprattutto alla fine di certe serate in compagnia delle persone che preferisco, una buona parte delle quali, per fortuna, fa parte della mia famiglia, o quando finisco un lavoro o un pezzo di cui sono particolarmente soddisfatto. Qualche volta basta solo mettermi una camicia figa subito dopo essere andato dal barbiere, o essermi fatto la barba, per guardarmi allo specchio e dirmi che sì, tutto sommato posso anche passare per un quarantenne con un certo fascino.

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Decalogo della mezza età

Fare cose che mi piacciono, dire la verità, lavorare il giusto; divertirmi molto, passare il tempo con le persone che ho voglia di vedere e stare in posti che mi fanno sentire bene; lavarmi i denti, mangiare leggero (godendomi le volte che mi lascio andare), nuotare due volte a settimana, andare in bici; leggere buoni libri, possibilmente brevi, guardare bei film, scrivere regolarmente, fare l’amore; emozionarmi davanti a una bella foto, ammirare sculture e quadri, frequentare mostre; pagare i debiti.

Prima colazione

Devo sedermi in un bar, un decadente bar di cinesi, grossolano, un po’ sporco, visitato dai viaggiatori svogliati del primo mattino. Magari uno di quelli incastrati tra i corridoi delle stazioni. In questo, Milano è come Parigi: ovunque ci sono cunicoli nel sottosuolo invasi dall’odore del burro. Voglio bere un caffè guardando distrattamente i titoli dei giornali. Il Corriere, poi la Gazzetta, addentando una brioche al cioccolato che sparge briciole dappertutto. Alzarmi sazio, contento, uscire all’aperto, continuare a camminare.

Scrivere Di Vino

“Ma ti sei messo a fare il sommelier?” Mi chiede la mia amica, stupita per le mie recensioni enologiche. In effetti, non sono famoso per la mia competenza in materia (non sono famoso per la mia competenza in generale) e normalmente non mi spingo molto al di là del semplice piacere di bere, di vedere rilassata la compagnia e di ammirare la composizione formata sulla tavola da una bella bottiglia e da calici ben fatti. Continua a leggere “Scrivere Di Vino”

Qb

Non voglio illudere nessuno. Non sono uno chef , o un gourmet, o un uomo dal palato fine. Mangio perché mi piace e perché trovo divertenti molte fasi della preparazione del cibo: affettare i pomodori, tagliare le zucchine, grattugiare le carote. Mi piacciono la superficie rugosa dei taglieri, quelli di legno in particolare, e tutti quegli attrezzini di cui non conosco il nome. Il pelapatate è il mio preferito, ma anche il passaverdure (si chiama così?) e l’affare per sbucciare l’ananas mi convincono abbastanza.

I sughi esercitano su di me un fascino particolare. Anche se si tratta solo di pomodorini e basilico mi piace fare attenzione all’intensità del fuoco, badare ai tempi, rimestare, fare in modo che i pomodori non restino crudi o si trasformino in una poltiglia secca e raggrinzita. Credo abbia a che fare con l’estetica più che con il gusto. Ad ogni modo sto lì, in piedi, a sorvegliare la padella con la dedizione di una guardia svizzera.

Mi piace sedere a una tavola ordinata, anche quando mangio da solo. Presto attenzione: alle posate, ai tovaglioli, ai bicchieri. Preparo tutto in anticipo, in modo che sia a portata di mano una volta seduto: il cestino del pane, la caraffa con l’acqua e, quando ci vuole, la bottiglia del vino. Il sale e l’olio, le spezie e i limoni: insomma, tutto quello che serve.

E le quantità. Né troppo, né troppo poco. Né miseri, né sfacciati: il giusto. “Qb”, come direbbe qualcuno.