Di quel mistero chiamato…

Lo so, questo farà ridere qualcuno, ma uno dei temi attorno al quale più mi piace leggere e scrivere è l’amore. Eh già. Resto convinto che sia l’unico sentimento che conta, quello che spinge gli uomini a fare o non fare le cose, che li rende tristi o felici, che dà senso alla vita, che tira fuori risorse inaspettate quando servono. O che spegne la luce quando non ce n’è più.

Così mi piacerebbe scrivere una serie di storie che affrontino le sue diverse facce, come tasselli di un mosaico: l’amore di un uomo per una donna, di una madre per un figlio, l’amore tra fratelli o tra amici, quello di un figlio per i genitori. Ma anche l’amore per l’arte e la bellezza, l’amore per il mare, l’amore per la patria, per un animale o per la natura. Senza moralismi e senza verità: solo il mio modo di vederlo, di cercarlo o, come è più probabile, di fraintenderlo.

L’idea mi è venuta in viaggio. Ovunque io vada, che ci vada da solo o in compagnia, qualsiasi posto io visiti – che sia un antico borgo toscano, una metropoli americana o un sentiero nebbioso sulle Dolomiti – ciò che più di ogni altra cosa mi colpisce sono le coppie di turisti che incontro sul mio cammino. Più degli spettacoli della natura, più della bellezza dei castelli e delle chiese, persino più dei quadri che pure mi fermo ad ammirare nei musei, ciò che più sollecita la mia immaginazione sono le persone che viaggiano in coppia.

Adoro le coppie di ragazzi di vent’anni al loro primo viaggio da fidanzati, il loro modo di copiare gli adulti mentre affrontano le cose; comprendo la loro eccitazione al pensiero di fare l’amore nella tenda, o nella camera d’albergo, liberi finalmente di poter dormire insieme senza sotterfugi. Ma adoro anche le coppie di stranieri coi bermuda e i sandali aperti, i loro modi svagati ed informali, la loro naturalezza nel tenere a bada i figli piccoli, spesso silenziosi e bellissimi, e il fatto che li portino nel marsupio o nel cestino del tandem, senza alzare la voce, senza spingerli, senza prenderli a schiaffi sul sedere.

Mi piace guardare le coppie di anziani che ancora camminano insieme mano nella mano, che siedono ai tavolini dei caffè all’aperto, protetti dagli ombrelloni con le marche della birra o in pieno sole, davanti a grandi coppe di gelato. I miei preferiti sono quei tedeschi altissimi, con le magliette a righe orizzontali, accompagnati da matrone sorridenti coi capelli raccolti sulla nuca. Il modo in cui si sforzano di parlare in italiano mentre indicano col dito qualcosa sul menù. Mi piacciono le risposte nell’inglese spicciolo dei nostri camerieri e il fatto che, alla fine della confusione linguistica, sul tavolino qualcosa di buono arriva sempre.

C’è sempre, poi, tra le ragazze che servono ai tavoli, qualcuna che attira la mia attenzione, per il modo in cui sorride, per come scrive sul blocchetto o per come incrocia i piedi mentre prende le ordinazioni; per come, tra una corsa e l’altra, si ravviva i capelli o si asciuga le mani sul grembiule. È un momento immancabile, quello della ragazza del bar, e i miei taccuini sono pieni di firme di ragazze a cui ho chiesto di condividere un frammento di cammino, di lasciarmi un ricordo o un pensiero, un attimo di attenzione fugace: molte lo hanno fatto col sorriso e conservo i loro nomi scritti in grandi lettere tondeggianti, come una collezione di piccoli oggetti preziosi. Anche di loro, naturalmente, mi sarebbe piaciuto saperne di più, conoscerne la vita e le emozioni, quel che sanno o che non sanno dell’amore.

Ma questa, come si vede bene, è un’altra storia.