Quarantena Blues

Ho aspettato un po’, prima di scrivere questo post. Per la precisione, ho aspettato che le mie sensazioni di fronte alla fine della quarantena fossero chiare.

In questi giorni ho annusato, con stati d’animo contrastanti, l’aria di quella che dovrebbe essere la nostra “nuova normalità”. Detto tra noi, mi è sembrato che di nuovo non ci fosse proprio nulla. Al secondo weekend di riapertura e a un passo dalla nuova “liberalizzazione” delle frontiere regionali, mi sembra che, tolti l’obbligo di indossare la mascherina e la farsa della distanza di sicurezza, la vita dopo il Covid sia esattamente uguale a quella che era prima.

Hai voglia a dire “ne usciremo più forti”; hai voglia a dire “ne usciremo migliori”. Mi guardo intorno e la sensazione che ho è che siamo sempre gli stessi. Mi sembra proprio che, messi tra parentesi i giorni della quarantena, tutti abbiano ripreso esattamente da dove avevano lasciato. I runner corrono, i ragazzi fumano e si accalcano, i ciclisti pedalano, il popolo dell’aperitivo beve e sgranocchia stuzzichini, le star di Instagram sono tornate a riprendersi in esterni.

Insomma, la vita è tornata a essere, una cosa meravigliosa.

Non sembro molto contento, n’est ce pas? Ebbene, non lo sono. Detto senza peli sulla lingua, tutto questo rumore di fondo non mi piaceva prima e non mi piace adesso. Detto senza peli sulla lingua, la quarantena non l’ho presa tanto male, anzi, fin da subito mi è sembrata un’occasione (lo dicevo qui). Ma, a guardarmi intorno adesso, mi sembra che nessuno se ne sia accorto.

Certo, siamo usciti tutti sul balcone e abbiamo cantato Viva l’Italia e l’inno nazionale, abbiamo scritto dappertutto che Andrà Tutto Bene e abbiamo messo Restate a casa sulle nostre foto di profilo. Ci siamo preoccupati di fronte ai numeri dati dalla protezione civile e commossi davanti alle immagini delle bare che lasciavano Bergamo sulle camionette militari. Abbiamo ascoltato, condiviso, e forse partecipato alla costruzione della retorica (insopportabile) della Grande Nazione “una di mente, di corpo e di cor'” (o giù di lì).

Ma poi, pronti via, tutto come prima. Ognuno per sé, tanto il peggio è passato.

E che cosa avremmo dovuto fare? Onestamente, non lo so. Ma questa ripartenza “come se niente fosse” onestamente mi intristisce. Ho sentito oggi il Papa dire che l’unico danno peggiore della pandemia sarebbe quello di farla passare invano. Ebbene, Santità, l’aria che tira mi pare proprio quella. Pazienza per le migliaia che sono morti, per quelli che hanno perso il lavoro e per quelli che ancora non sanno se lo perderanno. Siamo, per restare in tema biblico, un popolo di dura cervice.

Mi viene in mente che questa preferenza per le atmosfere ovattate della quarantena, per i viali deserti occupati da gatti increduli, per la circospezione guardinga con la quale ci cedevamo il passo durante le nostre passeggiate con il cane o quelle entro i cento metri da casa, per le volute o subite sedute di introspezione, in me non è figlia della pandemia. In tempi non sospetti, quando studiavo all’Università, era appesa sopra la mia scrivania una vignetta che avevo ritagliato non ricordo da quale giornale. La vignetta rappresentava uno scrittore – non uno in particolare, piuttosto il “prototipo” dello scrittore: seduto in modo disinvolto su una poltrona, la giacchina di velluto a coste indossata su una camicia di cui si intravvedeva solo il colletto, rigorosamente sbilenco. Un ordinario scrittore “di sinistra”, direi, con anche gli occhialini e la barbetta. Il fumetto sopra la sua testa recitava: “Tutti pensano che io sia uno scrittore appartato. A me sembrano appartati tutti quelli che sono sempre in giro”.

Ecco, come vedete, la cosa viene da lontano. Tuttavia, questa volta, non sono solo. Bighellonando per il web in questi giorni ho trovato diversi articoli su quel che è stata, o che avrebbe potuto essere, questa quarantena. Articoli di riviste, vignette, post sui social di persone come me: forse altri “vecchi dentro”, certo, ma la buona notizia è che qualcun altro, là fuori (o là dentro, è il caso di dire), non ha trovato così male la recente riscoperta forzata della dimensione domestica.

Se non ci credete, vi rimando a un articolo apparso su Rivista Studio, dal titolo Lo strano desiderio di voler restare a casa. Lo trovate qui. Per comodità, ne cito solo un passaggio.

“Che tipo di piacere ho – abbiamo? – paura di perdere, con la fine del lockdown? Non è un semplice elenco di pro e contro: ci sono la nuova attenzione e la consapevolezza di un mondo di poche decine di metri quadri che possiamo controllare dal dettaglio più micro a quello più macroscopico. La libertà di vivere senza la maledizione della fear of missing out. Una routine attorno a cui si è sviluppata una nuova ritualità: buttare la spazzatura al mattino, cambiarsi per il pomeriggio, per una cena con se stessi. Tutto, anzi, è più ritualizzato e lento, e ha perso l’automatismo distratto che rappresenta il male necessario di ogni esistenza “normale”. Azzardo: le giornate passate tra libri, lavoro, cucina, workout e pulizia, in silenzio o con un sottofondo di musica e di finestre aperte, sono quanto di più vicino alla piena consapevolezza di cui parla il buddhismo, e senza nemmeno bisogno di ore di meditazione. Troppo? Forse.”

O forse no.

 

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