Quel che resta di…

…questa estate, a parte il resto, sono un paio di momenti di pura gioia.

Ho nuotato nella piscina deserta, a Torca, mentre veniva giù la sera. Due nuotate lunghe, lente, complete. Un respiro profondo ogni quattro bracciate. La mia mente si è svuotata, il mio fisico mi ha ringraziato. Il tempo è tornato all’indicativo presente. Ho fatto la doccia calda in terrazza, ho guardato l’imbrunire dall’alto, sono rimasto solo nell’aria luccicante fino a quando non mi sono sentito pronto per risalire verso casa. La prima sera mi ha accolto uno squisito odore di cucina: una sensazione dimenticata. Doris stava preparando il sugo di zucchine per la cena. Da molto tempo non mi sentivo così.

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Sketching

Non ho mai saputo disegnare, dunque scrivo. Sì lo so, Cartesio ha fatto meglio, ma insomma lui era lui e io sono io.

Comunque. Diversi anni fa viaggiavo molto, soprattutto d’estate. Quando arrivava il giorno delle vacanze mettevo quattro cose nello zaino, gettavo lo zaino e la tenda sul sedile posteriore della mia innocenti rossa e via. Passavo a prendere Dario, il mio compagno di avventure, gettavamo il suo zaino accanto al mio e imboccavamo l’autostrada. Alla “via così” come direbbe Jack Sparrow, verso i nostri dieci/dodici giorni on the road, muniti dell’inseparabile guida ai campeggi del Touring Club. Che ci crediate o no, prima di Google e dei cellulari questi erano i mezzi.

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Di Chianti e Fiorentine

Firenze è sempre bella. Mancavo da diversi anni e nel ricordo l’avevo rimpicciolita alla trinità classica: Piazza della Signoria, Piazza del Duomo, Ponte Vecchio.

Ci sono tornato per un estemporaneo weekend in questa fine di settembre. Tutto sabato, parte della domenica, un’ora e mezza di Italo da Milano. Su booking fermo un piccolo hotel a cinque minuti dal centro, subito oltre Ponte Vecchio, in borgo San Jacopo. Niente di che, camera un po’ sciatta, receptionist straniere che a malapena capiscono l’italiano ma poco male: non è qui che passerò il mio tempo.Continua a leggere…

Di quel mistero chiamato…

Lo so, questo farà ridere qualcuno, ma uno dei temi attorno al quale più mi piace leggere e scrivere è l’amore. Eh già. Resto convinto che sia l’unico sentimento che conta, quello che spinge gli uomini a fare o non fare le cose, che li rende tristi o felici, che dà senso alla vita, che tira fuori risorse inaspettate quando servono. O che spegne la luce quando non ce n’è più.

Così mi piacerebbe scrivere una serie di storie che affrontino le sue diverse facce, come tasselli di un mosaico: l’amore di un uomo per una donna, di una madre per un figlio, l’amore tra fratelli o tra amici, quello di un figlio per i genitori. Ma anche l’amore per l’arte e la bellezza, l’amore per il mare, l’amore per la patria, per un animale o per la natura. Senza moralismi e senza verità: solo il mio modo di vederlo, di cercarlo o, come è più probabile, di fraintenderlo.

L’idea mi è venuta in viaggio. Ovunque io vada, che ci vada da solo o in compagnia, qualsiasi posto io visiti – che sia un antico borgo toscano, una metropoli americana o un sentiero nebbioso sulle Dolomiti – ciò che più di ogni altra cosa mi colpisce sono le coppie di turisti che incontro sul mio cammino. Più degli spettacoli della natura, più della bellezza dei castelli e delle chiese, persino più dei quadri che pure mi fermo ad ammirare nei musei, ciò che più sollecita la mia immaginazione sono le persone che viaggiano in coppia.

Adoro le coppie di ragazzi di vent’anni al loro primo viaggio da fidanzati, il loro modo di copiare gli adulti mentre affrontano le cose; comprendo la loro eccitazione al pensiero di fare l’amore nella tenda, o nella camera d’albergo, liberi finalmente di poter dormire insieme senza sotterfugi. Ma adoro anche le coppie di stranieri coi bermuda e i sandali aperti, i loro modi svagati ed informali, la loro naturalezza nel tenere a bada i figli piccoli, spesso silenziosi e bellissimi, e il fatto che li portino nel marsupio o nel cestino del tandem, senza alzare la voce, senza spingerli, senza prenderli a schiaffi sul sedere.

Mi piace guardare le coppie di anziani che ancora camminano insieme mano nella mano, che siedono ai tavolini dei caffè all’aperto, protetti dagli ombrelloni con le marche della birra o in pieno sole, davanti a grandi coppe di gelato. I miei preferiti sono quei tedeschi altissimi, con le magliette a righe orizzontali, accompagnati da matrone sorridenti coi capelli raccolti sulla nuca. Il modo in cui si sforzano di parlare in italiano mentre indicano col dito qualcosa sul menù. Mi piacciono le risposte nell’inglese spicciolo dei nostri camerieri e il fatto che, alla fine della confusione linguistica, sul tavolino qualcosa di buono arriva sempre.

C’è sempre, poi, tra le ragazze che servono ai tavoli, qualcuna che attira la mia attenzione, per il modo in cui sorride, per come scrive sul blocchetto o per come incrocia i piedi mentre prende le ordinazioni; per come, tra una corsa e l’altra, si ravviva i capelli o si asciuga le mani sul grembiule. È un momento immancabile, quello della ragazza del bar, e i miei taccuini sono pieni di firme di ragazze a cui ho chiesto di condividere un frammento di cammino, di lasciarmi un ricordo o un pensiero, un attimo di attenzione fugace: molte lo hanno fatto col sorriso e conservo i loro nomi scritti in grandi lettere tondeggianti, come una collezione di piccoli oggetti preziosi. Anche di loro, naturalmente, mi sarebbe piaciuto saperne di più, conoscerne la vita e le emozioni, quel che sanno o che non sanno dell’amore.

Ma questa, come si vede bene, è un’altra storia.

Le domande giuste

Qualche anno fa, di questi tempi, giravo in scooter per la provincia di Siracusa. Uno scooter nero, aggressivo, bellissimo: un beverly cruiser vecchio modello, con il cruscotto cromato come quello delle motociclette. Lo avevo comprato apposta per quello che era il mio primo, e finora – ahimè –ultimo viaggio in solitario.

Avevo scelto la Sicilia guidato in parte dall’istinto, in parte dai pareri entusiastici degli amici e dei colleghi che l’avevano visitata. Non che fosse la mia prima volta: avevo visto Cefalù e Agrigento, ma erano state esperienze brevi, stanziali, adolescenziali, che ricordo con piacere ma da cui non mi sembrava di aver ricavato alcuna vera conoscenza, né del posto né, più importante, di me stesso.

Questo viaggio, invece, doveva essere un’esperienza completamente diversa e speciale: nessuna prenotazione, solo io, il mio scooter, il mio zaino, la strada, e una lunga e spensierata marcia verso il mare e il tramonto. Volevo semplicemente guardare, scrivere, assaggiare, conoscere e, auspicabilmente, crescere.

Così sono partito, carico di propositi e di consigli. “Devi assolutamente entrare nella riserva di Vendicari”; “Non puoi perderti una serata a Marzamemi”; “Se ci passi, fai un giro a Ragusa Ibla”; “Ortigia? Ortigia è bellissima”. E il teatro greco. E la grotta di Dioniso. E la spiaggia di Fontanafredda. E la brioche con la granita. E il cannolo e le arancine. E Noto, e Modica e, insomma, tutta la provincia.

È passata la prima settimana. Ho conosciuto persone, ho tenuto un diario, ho visto posti bellissimi e mangiato cose saporite. Sono stato a Vendicari. Ho passato la serata a Marzamemi. Ho fatto un giro a Ragusa Ibla. HO mangiato la brioche con la granita. Non ero soddisfatto. Il mio scooter andava a meraviglia; avevo imparato a conoscerlo, a ottimizzare il consumo, a spingerlo fino a dove il suo motore emetteva un dolce e rassicurante ronzio di crociera, a guidarlo dolcemente nelle curve. Ma non ero soddisfatto.

Tutto sembrava in ordine, eppure, nel profondo, non lo era. C’era un “ma”, qualcosa che mi teneva un passo al di qua di un’adesione completa e autentica a quello che stavo facendo. Ero a metà. Avevo guardato, scritto e assaggiato ma, in fondo, non mi sentivo cresciuto. Per dirla con gli intellettuali era come se l’estetica del viaggio avesse preso il sopravvento sull’etica, o come se al contenitore mancasse il contenuto.

A Modica ho capito. Sono arrivato nelle prime ore di un pomeriggio torrido, ho preso possesso della mia camera ringraziando una proprietaria molto gentile e mi accingevo a cambiarmi per tornare sul corso a degustare il leggendario cioccolato. Lì, seduto sulla sponda del letto, con la maglietta pulita in mano, mi è venuto in mente il collega che mi aveva parlato della pasticceria Bonaiuto, una delle più antiche della città e ancora, certamente, la migliore.

“I cannoli te li riempiono al momento. Io potrei mangiarne tre o quattro di fila, sia con la ricotta che col cioccolato. Quando li avrai assaggiati chiamami, e fammi sapere”. Ed era esattamente lì che stavo per andare, alla pasticceria Bonaiuto, per assaggiare il cannolo riempito al momento e poi chiamare il mio collega e condividere con lui la mia estasi dolciaria.

Subito dopo mi è venuta in mente l’amica che mi aveva consigliato la serata a Marzamemi. “Se resti fino a una certa ora”, mi aveva detto, “diventa bello perché mettono la musica e si balla tutti insieme al centro della piazza”. E così, nonostante la stanchezza e il fatto di dormire a qualche chilometro da lì, mi ero trattenuto a Marzamemi ad aspettare l’ora giusta per ballare nella piazza insieme a un manipolo di persone sconosciute.

È stato allora che mi sono venute in mente due cose. La prima, è che non avevo alcuna voglia di andare alla pasticceria Bonaiuto. Non subito almeno. Preferito di gran lunga stendermi a leggere e dormire per un paio d’ore. La pasticceria era lì da decenni, avrebbe continuato a esserci almeno fino a sera. La seconda, è che fino a quel momento non avevo fatto il mio viaggio ma il viaggio che gli altri si aspettavano da me. I posti che avevo visitato, i cibi che avevo assaggiato, le scelte che avevo fatto, tutto era avvenuto per rispondere alle domande che gli altri avrebbero posto al mio ritorno. “Allora, sei stato a Vendicari?”. “Sì, ci sono stato”:

“Hai visto che carina Marzamemi, quando si balla?” “Sì, davvero carinissima”.

“Di’, dunque: com’era il cannolo di Bonaiuto?” “Guarda, avevi ragione: era sublime”.

E così procedevo, mosso dal desiderio inconsapevole di dare la risposta giusta alle domande sbagliate. Le domande loro, non le mie.

Così, ho rimesso la maglia nello zaino, ho tirato fuori “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, mi sono sdraiato e ho letto. Per ore, sonnecchiando, rileggendo, sonnecchiando di nuovo. Mi sono alzato solo quando mi è sembrato di vedere un cambiamento nella luce che arrivava da fuori: ora aveva un tono meno incandescente, i riflessi erano più morbidi, i colori più delicati. Doveva essere tardo pomeriggio. Ho fatto la doccia, poi ho indossato la maglietta pulita e sono uscito.

Sul corso ho visto un piccolo bar carino, affollato di gruppi di ragazzi allegri e di altra gente che sembrava del posto. Mi sono seduto a un tavolo in buona posizione, con vista sul passeggio della sera, e ho ordinato un gelato e un’acqua minerale. Un gelato, non un cannolo, ma, quello sì, al cioccolato.

Il viaggio degli altri era finito. Con le domande giuste, il mio era appena cominciato.