Lei aveva gli occhi aperti (parte 2)

E insomma eccola qua, la seconda parte del racconto. Che ci crediate o no qualcuno me l’ha addirittura chiesta (sicuramente perché mi vuole bene, ma va bene lo stesso).

Se proprio volete sapere cosa c’è prima e cominciare dall’inizio partite da qui. Altrimenti, andate avanti e godetevi il secondo round.

2

“A mio fratello”, dice Nico, alzando il bicchiere. Siamo al quarto, forse al quinto giro, e da qualche minuto ho difficoltà a seguire la conversazione.

“Ad Andrea”, dice Alessandro.

Deb alza la sua birra. “Al migliore di noi”, dice. Manco solo io.

Mi costringo a tirare su il bicchiere. “Al migliore”, dico, cercando di tenere la voce ferma. Beviamo. La testa mi gira. Alessandro scoppia in una delle sue fragorose risate e mi appioppa una poderosa pacca sulla spalla. “Ti sta venendo quella faccia”, dice.

“Quale faccia?”

“La faccia seria di quando bevi troppo”.

Ha ragione. Mi sono messo a osservare i miei amici seduti attorno al tavolo, li ho sentiti ripetere le solite vecchie battute e li ho visti ridere come se le ascoltassero per la prima volta. Mi sono concesso un istante di felicità. Eravamo di nuovo tutti insieme, nel nostro pub, come se nulla fosse accaduto. Tutti tranne uno. Gli abbiamo comunque conservato un posto, il suo, tra Deborah e Nico, anche se sappiamo che lui non verrà. La felicità passa subito, scalzata da una sensazione diversa che mi accompagna da mesi.

“È la sbornia triste”, dice Nico guardandomi. “Non sei ancora guarito”.

“No”, rispondo. “Una vera iattura”.

“Alla iattura!”, tuona Alessandro, sollevando di nuovo il bicchiere. Brindo come gli altri, butto giù l’ennesimo sorso e all’improvviso capisco che ho raggiunto il mio limite. Posso fermarmi e lasciare che questa serata resti quello che è, una rimpatriata per ricordare un amico in un giorno speciale, o andare avanti e trasformarla in qualcosa di molto diverso.

“Bene”, dico. “È arrivato il momento di fare una pausa”. Mi alzo e mi dirigo verso la toilette. “Sei una checca”, mi grida dietro Alessandro. Deb mi segue con lo sguardo. Forse lei sa. Forse lei, alla fine, ha capito.

3

“È molto tempo che non facciamo l’amore”, mi aveva detto Deborah la sera del concerto, guardando fuori dal finestrino. “Non so cosa gli sia preso”.

Avevo continuato a guardare la strada, guidando verso casa di Andrea. Dalla radio arrivava End of Line dei Daft Punk. Il traffico sul corso era lento.

Sapevo quanto doveva costarle parlarne, e sapevo che si era decisa a farlo perché si aspettava che l’aiutassi a trovare una spiegazione. Non ero la persona adatta. “Dev’essere un momento”, mi ero limitato a dire.

Lei si era girata verso di me. “Ah sì? Dev’essere un momento? E io come ho fatto a non pensarci?” Fosse stata uno sputo, la sua ironia mi avrebbe preso in piena faccia. “Sei uno davvero profondo, tu, quando ti ci metti”.

“Mi spiace, Deb. Davvero non so cosa dirti”.

“Be’, passate un sacco di tempo insieme, ultimamente. A momenti lo vedi più di me”.

“Questo non è vero”.

“E non ti ha detto niente?”

“Forse non c’è niente da dire, Deb. Forse è davvero un momento e basta”.

Lei mi aveva fissato. Eravamo fermi a un semaforo, così mi ero finalmente deciso a guardarla. Non sono mai stato bravo a mentire ma quella volta ci sono riuscito. Lei aveva scrutato la mia faccia e non aveva detto niente. Era scattato il verde. Lei era tornata a sedersi comoda, poggiando le suole degli stivali contro il cruscotto. Vestiva pantaloni militari coi tasconi e un giubbetto di jeans. Non c’era niente che le stesse male.

“Non credo che abbia un’altra”, aveva detto, parlando più a se stessa che a me. “Lo conosco, me ne accorgerei. Dev’essere qualcos’altro.” Aveva fatto una piccola pausa. “E lo sai cosa?”

“Cosa?”

“Non sono sicura di volerlo scoprire”.

No, avevo pensato. Sono sicuro che non vorresti. Ma ancora una volta ero rimasto in silenzio. Avevo messo la freccia e avevo accostato. Andrea era già pronto, davanti al portone, in piedi ad aspettarci.

(Continua – e finisce, giuro – la prossima volta)

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