Certi giorni di pioggia

Una volta dissi a una mia amica che preferivo i giorni di pioggia. “È naturale”, rispose lei. “Sei depresso”. Diciamo che la delicatezza nel dire le cose come stanno non è mai stata il suo forte.

Eppure, ammesso che avesse ragione, devo dire che può esserci una certa bellezza anche nella depressione. Non vedo come chiamare diversamente questa indolenza del corpo e della mente che, in giorni come questo, mi spinge a mettere da parte quello che sto facendo, sedermi più comodo sulla sedia, adagiarmi contro lo schienale e lasciarmi rapire dalla pioggia che cade incessante al di là della finestra aperta.

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Fertility Day

A quasi 45 anni era arrivato il momento che io entrassi in un supermercato per comprare gli omogeneizzati. Li ho avvertiti subito, gli sguardi languidi delle commesse, i commenti sottovoce delle vecchie signore. “Eccolo là, il bravo e premuroso padre di famiglia. Ma non ha la fede…Magari è un padre single, poverino…”. Mi sono avviato alla cassa sorridendo timidamente qua e là, senza esagerare. Non ce l’ho fatta a confessare che gli omogeneizzati biologici al tacchino erano per il gatto con la pancreatite…

Prima colazione

Devo sedermi in un bar, un decadente bar di cinesi, grossolano, un po’ sporco, visitato dai viaggiatori svogliati del primo mattino. Magari uno di quelli incastrati tra i corridoi delle stazioni. In questo, Milano è come Parigi: ovunque ci sono cunicoli nel sottosuolo invasi dall’odore del burro. Voglio bere un caffè guardando distrattamente i titoli dei giornali. Il Corriere, poi la Gazzetta, addentando una brioche al cioccolato che sparge briciole dappertutto. Alzarmi sazio, contento, uscire all’aperto, continuare a camminare.

Padiglione Unicredit

imageUna delle opere legate a Expo 2015, in piazza Gae Aulenti, e  uno di quei luoghi in cui lo spazio architettonico suscita un’emozione pari, se non superiore, alle opere che ospita. Più o meno come accade nel Guggenheim Museum di NY, con le dovute proporzioni.

Di quel che vedo, adoro “Il fumatore” di Guttuso e una composizione di quattro fotografie di un’artista americana di cui non ricordo il nome. Riproducono un set fotografico in una strada secondaria di Manhattan, ripreso in totale e nei dettagli. Al centro degli scatti ci sono due modelle, una delle quali è di una bellezza ordinaria che mi avvince.

Vado in giro, lasciandomi avvolgere da questo spazio accogliente. Poi mi siedo su una delle poltrone disposte al centro del padiglione. Gira a 360°, consentendomi una visione comoda e totale. Sto lì, e per un po’ non faccio niente. Ascolto, guardo. Rumore ovattato di passi, conversazioni discrete, colori pastello. Di tanto in tanto lo scatto di una macchina fotografica o di un cellulare.

Sento parte dei pesi che porto scivolare via.