Conversazione

“Perché non ti sei mai sposato?”

“Ti sbagli. Mi sono sposato, e sono anche rimasto fedele per tutta la vita: al piacere di camminare leggero per strada senza fretta, all’ordine della mia casa, alla libertà di scegliere in ogni momento le cose che mi va di fare…”

“Sembra una cosa da ragazzini.”

“Non lo è.”

“Ma hai pagato un prezzo.”

“Tutti lo pagano. Anche quelli che sposano un’altra persona. È solo un prezzo diverso.”

“E non ti senti mai solo?”

“Qualche volta, sì. Ma tu? Hai una bella moglie e due splendide figlie. Non ti senti mai solo?”

Ci pensa. “Sì”, dice. “Qualche volta sì.”

Bevo un altro sorso della mia birra e aspetto la prossima domanda.

Una bella storia breve

Le belle storie appartengono a tutti. Quella che segue l’ho trovata in un libro e ho deciso di riportarla qui perchè, nella sua semplicità, mi è piaciuta un sacco.

“Un’estate ho fatto la guardia forestale per quattro mesi, nell’Oregon. Per tutto quel tempo ho vissuto da solo, e siccome in giro non c’era anima viva, me ne stavo praticamente senza vestiti. Vivevo nel cuore della foresta. Alla fine dell’estate ero abbronzatissimo e calmissimo. Si era alla fine di agosto e io ero accovacciato a raccogliere delle bacche da un cespuglio. Ad un tratto ho sentito una lingua che mi leccava la spalla, e lentamente ho girato la testa. Era una cerva, che mi leccava il sudore dalla schiena! Restai immobile. Poi la cerva si mise accanto a me, e tutti e due mangiammo in silenzio le bacche di quel cespuglio. Ero stupefatto! Che un animale potesse avere tanta fiducia in me”.

L’ora dei fantasmi

Mi sveglio sudato, con lo stomaco indolenzito, in preda a un diffuso malessere. È buio. Jonne è sdraiata al mio fianco, girata di spalle. Non capisco se dorme o è sveglia. A scanso di equivoci, mi alzo con cautela. Il gatto, che come al solito è allungato tra noi, non fa una piega.

In cucina l’orologio digitale sul microonde indica le quattro e qualcosa in rigorosi numeri verdi. Prendo l’acqua dal frigo e bevo un primo bicchiere tutto d’un fiato, poi me ne verso un secondo e sorseggio, appoggiato al lavello, dicendomi per l’ennesima volta che devo smettere di pasticciare con gli aperitivi e di saltare la cena. Ho la pancia gonfia e dura come un tamburo. Lascio il bicchiere nel lavello e torno a letto. So che ora mi aspettano ore di difficoltoso dormiveglia, di movimenti circospetti e di attesa, col cervello che rumina recriminazioni e catastrofi. Le scelte importanti della vita che ho sbagliato, le opportunità che ho perduto, la piega leggermente estranea che ha preso la mia vita. Nessuno dovrebbe stare sveglio suo malgrado nelle ore che precedono l’alba. È l’ora dei fantasmi.

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Certi giorni di pioggia

Una volta dissi a una mia amica che preferivo i giorni di pioggia. “È naturale”, rispose lei. “Sei depresso”. Diciamo che la delicatezza nel dire le cose come stanno non è mai stata il suo forte.

Eppure, ammesso che avesse ragione, devo dire che può esserci una certa bellezza anche nella depressione. Non vedo come chiamare diversamente questa indolenza del corpo e della mente che, in giorni come questo, mi spinge a mettere da parte quello che sto facendo, sedermi più comodo sulla sedia, adagiarmi contro lo schienale e lasciarmi rapire dalla pioggia che cade incessante al di là della finestra aperta.

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Domenica mattina

Valeria dorme. Prendo le chiavi e mi concedo una passeggiata per le strade semideserte e silenziose. Cornetto al cioccolato e caffè allo chalet sul lungomare. Il tizio del bar ha voglia di parlare e mi racconta la sua passione per Jennifer Lopez, che intanto balla seducente sullo schermo di MTV. Prima era passato il video delle Serebro, tre ragazze russe ammiccanti e un po’ troie, però simpatiche. Pago ed esco.

Cammino all’ombra degli alberi della villa, mi siedo su una panchina. Non sono ancora le dieci e il caldo è già terribile. Guardo Napoli. Il mare calmissimo, le barche all’ancora, la collina di Posillipo. È tutto bellissimo e io sono in pace. Penso a questa città come a una donna vittima di violenze domestiche, maltrattata ogni giorno da coloro che dicono di volerle bene. Cerco le parole per descrivere questa perversione dei napoletani ma non trovo quelle giuste. So solo che la camorra non è la causa, ma la conseguenza.

Ritorno a casa senza fretta. Piazza dei Martiri, via Alabardieri, vicoletto Belledonne. Anche lì tutto tranquillo. Negozi chiusi, nei baretti si fanno le pulizie. Forse a ora di pranzo ci sarà l’aperitivo. Arrivo a casa. Devo lavorare ma prima voglio ricordare queste cose. Valeria dorme ancora. Argo scorrazza libero da qualche parte, nel giardino di Torca.

Una sana presunzione

Nei miei momenti migliori sono vittima di una sana presunzione: quella di meritare di più. Di più dal mio lavoro, di più dalla mia compagna, di più da me stesso.

Capita soprattutto alla fine di certe serate in compagnia delle persone che preferisco, una buona parte delle quali, per fortuna, fa parte della mia famiglia, o quando finisco un lavoro o un pezzo di cui sono particolarmente soddisfatto. Qualche volta basta solo mettermi una camicia figa subito dopo essere andato dal barbiere, o essermi fatto la barba, per guardarmi allo specchio e dirmi che sì, tutto sommato posso anche passare per un quarantenne con un certo fascino.

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