Il casale in Toscana

Io e Jonne facciamo spesso un sogno ad occhi aperti. Se avessimo abbastanza soldi – diciamola tutta, se fossimo abbastanza ricchi – ci piacerebbe comprare un casale in Toscana. Lo so, è un’idea tanto originale quanto quella di mollare il lavoro e aprire un chiringuito su una spiaggia nel Golfo del Messico, ma noi siamo persone così, alla buona, con sogni semplici.

E quindi, il casale. Che farei meglio a definire “il borgo”. Eh sì, perché il casale sognato ha caratteristiche non propriamente minimaliste: un blocco centrale adibito a casa padronale (indovinate per chi?), con una cucina che occupi gran parte del pian terreno – grande abbastanza, per capirci, da competere con quella delle grandi abbazie medievali: uno spazio sfacciato, con l’isola di cottura al centro, mille mila fuochi, e piani di lavoro, lavelli, frigoriferi e credenze ciclopiche allineate lungo le pareti. Poi ampi saloni dedicati alla zona conversazione, al pranzo e alla televisione. Gli spazi, diciamo così, della vita in comune. Tutte le camere private (va da sé, direi) sarebbero al piano di sopra, meglio se dotate di terrazzino.

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Quarantena Blues

Ho aspettato un po’, prima di scrivere questo post. Per la precisione, ho aspettato che le mie sensazioni di fronte alla fine della quarantena fossero chiare.

In questi giorni ho annusato, con stati d’animo contrastanti, l’aria di quella che dovrebbe essere la nostra “nuova normalità”. Detto tra noi, mi è sembrato che di nuovo non ci fosse proprio nulla. Al secondo weekend di riapertura e a un passo dalla nuova “liberalizzazione” delle frontiere regionali, mi sembra che, tolti l’obbligo di indossare la mascherina e la farsa della distanza di sicurezza, la vita dopo il Covid sia esattamente uguale a quella che era prima.

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La virtù dei forti

In queste mattine, la risposta più immediata alle nuove misure restrittive emanate da Governo e Regioni è stata la formazione di interminabili code davanti ai supermercati. Ovunque. In Lombardia e nel resto d’Italia. Code ordinate, certo, con le persone tutte più o meno a un metro di distanza, tutte più o meno con guanti e mascherine. Eppure tutti là. Comunque vicini. Un’atavica paura della fame, di restare privi del necessario, appena più controllata di quella esplosa qualche settimana fa alla notizia dei primi contagi.

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Conversazione

“Perché non ti sei mai sposato?”

“Ti sbagli. Mi sono sposato, e sono anche rimasto fedele per tutta la vita: al piacere di camminare leggero per strada senza fretta, all’ordine della mia casa, alla libertà di scegliere in ogni momento le cose che mi va di fare…”

“Sembra una cosa da ragazzini.”

“Non lo è.”

“Ma hai pagato un prezzo.”

“Tutti lo pagano. Anche quelli che sposano un’altra persona. È solo un prezzo diverso.”

“E non ti senti mai solo?”

“Qualche volta, sì. Ma tu? Hai una bella moglie e due splendide figlie. Non ti senti mai solo?”

Ci pensa. “Sì”, dice. “Qualche volta sì.”

Bevo un altro sorso della mia birra e aspetto la prossima domanda.

Una bella storia breve

Le belle storie appartengono a tutti. Quella che segue l’ho trovata in un libro e ho deciso di riportarla qui perchè, nella sua semplicità, mi è piaciuta un sacco.

“Un’estate ho fatto la guardia forestale per quattro mesi, nell’Oregon. Per tutto quel tempo ho vissuto da solo, e siccome in giro non c’era anima viva, me ne stavo praticamente senza vestiti. Vivevo nel cuore della foresta. Alla fine dell’estate ero abbronzatissimo e calmissimo. Si era alla fine di agosto e io ero accovacciato a raccogliere delle bacche da un cespuglio. Ad un tratto ho sentito una lingua che mi leccava la spalla, e lentamente ho girato la testa. Era una cerva, che mi leccava il sudore dalla schiena! Restai immobile. Poi la cerva si mise accanto a me, e tutti e due mangiammo in silenzio le bacche di quel cespuglio. Ero stupefatto! Che un animale potesse avere tanta fiducia in me”.