Descrivere un’opera di Banksy

In questo periodo pieno di rovesci mi hanno chiesto di scrivere un breve esempio di storytelling scolastico. Il tema era una delle opere che Banksy a realizzato sul muro di separazione tra arabi e israeliani a Betlemme. Non so come, mi sono ritagliato un quarto d’ora di pace e l’ho fatto. Ecco il risultato.

È uno strano posto, il Muro. È una barriera di cemento alta otto metri, sormontata dal filo spinato e protetta da soldati col fucile. Divide la città in due. Questa città, Betlemme, che per mezzo mondo è un luogo sacro, per molti di noi oggi è soltanto noi di qua, loro di là.

Di certo il Muro fa parlare di sé, e attira un mucchio di gente. Anche artisti famosi. Come Bansky, quel tizio inglese di cui, a parte il nome, nessuno sa nulla. Quello che ha dipinto sui muri praticamente di tutto il mondo. Uno street artist, lo chiamano. Uno che fa della strada la sua tela.

Qualche anno fa, in un’intervista rilasciata via email (non c’è altro modo per intervistarlo) alla domanda sul perché fosse venuto in questa regione pare che abbia risposto di essere attratto perlopiù dal Muro. “La superficie sembra in grado di assorbire molto bene la pittura”, ha detto.

Ad ogni modo, io vengo al Muro soprattutto per accompagnare mia sorella più piccola, Amira. I nostri genitori non ne sarebbero molto contenti, se lo sapessero. Dicono che non bisogna fidarsi dei posti pieni di gente e di soldati. Dicono che non sai mai quello che può succedere. E hanno ragione, se ne sentono di tutti i colori. Ma Amira è troppo piccola per capirlo. “Andiamo a guardare i disegni”, mi dice, tirandomi per la manica, quando i nostri sono al mercato.

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Una bella storia breve

Le belle storie appartengono a tutti. Quella che segue l’ho trovata in un libro e ho deciso di riportarla qui perchè, nella sua semplicità, mi è piaciuta un sacco.

“Un’estate ho fatto la guardia forestale per quattro mesi, nell’Oregon. Per tutto quel tempo ho vissuto da solo, e siccome in giro non c’era anima viva, me ne stavo praticamente senza vestiti. Vivevo nel cuore della foresta. Alla fine dell’estate ero abbronzatissimo e calmissimo. Si era alla fine di agosto e io ero accovacciato a raccogliere delle bacche da un cespuglio. Ad un tratto ho sentito una lingua che mi leccava la spalla, e lentamente ho girato la testa. Era una cerva, che mi leccava il sudore dalla schiena! Restai immobile. Poi la cerva si mise accanto a me, e tutti e due mangiammo in silenzio le bacche di quel cespuglio. Ero stupefatto! Che un animale potesse avere tanta fiducia in me”.

Buoni autori, buone storie

Un articolo di Alessandra De Ciechi Lo “scrittore” vive o è una specie in via di estinzione, apparso qualche giorno fa su LinkedIn, tocca alcuni temi su cui rifletto e discuto da diverso tempo. In fondo, sono pur sempre un redattore/editor di testi scolastici, nonché un appassionato di narrativa. Così eccomi qui, per un’estemporanea capatina nel mondo in cui lavoro. Seguitemi se vi va.

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