Leggendo Il silenzio

“È vero che facciamo tutti parte di un continente, ma dobbiamo anche renderci conto delle potenzialità di essere un’isola.”

A volte penso che la mia attrazione per la solitudine, la mia diffidenza per i riti della socialità, o meglio per la loro sovrabbondanza, siano in qualche modo legate a una forma di disadattamento. Sono, in fondo, una persona timida e introversa, con un livello non sempre adeguato di autostima.

Poi mi imbatto in libri di persone parecchio diverse da me, persone coraggiose, che fanno cose fuori dal comune che io non farei mai, come, per esempio, andare da soli al Polo Sud.

È il caso di questo Erling Kagge, un norvegese che è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e il primo a raggiungere i tre Poli, cioè il Polo Nord, il Polo Sud e una cima dell’Everest. Mica cotiche!

Il libro di questo signore si chiama Il silenzio e, detta in termini molto banali, lungi dall’essere un resoconto dei suoi viaggi è una riflessione sull’importanza dell’introspezione e dell’isolamento fisico e acustico ai nostri giorni. Certo, per scrivere una cosa del genere – ma soprattutto per avventurarsi in imprese del genere – uno un po’ disadattato deve esserlo per forza. Eppure questo genere di disadattamento mi conforta. Produce pensieri così vicini ai miei, sebbene io non sia mai andato al Polo Sud e la cosa più estrema che abbia fatto in vita mia sia stata tuffarmi da uno scoglio alto due metri quando ero molto giovane, da farmi pensare che le cose che penso siano autentiche e non il frutto di una insospettabile natura da nerd.

Ma quali sono queste cose? Ultimamente, ormai lo sapete, rifletto molto sulle reazioni alla quarantena che leggo sui social o che, comunque, percepisco nelle chiacchiere in videochiamata con amici e parenti e che sono tutte improntate al peso dell’isolamento. La maggior parte di noi, questa è la sensazione, vive questi giorni come una condanna, una mutilazione del proprio essere, oltre che una violazione del proprio diritto di autodeterminarsi. Tanto più, pare, se uno è costretto a restare chiuso in casa con il proprio coniuge (sul tema si può leggere questo illuminante/disarmante Buongiorno di Massimo Gramellini).

Io invece continuo a pensare che questo tempo potrebbe essere l’occasione per ripensare noi stessi e il nostro modo di vivere il presente, o meglio, i nostri rapporti di forza con il mondo che ci circonda.

Detto questo, voglio sgombrare il campo da un equivoco. Io adoro avere amici, fare esperienze, esplorare il mondo. Insomma, faccio quello che fanno tutti: vado in giro, faccio cose, vedo gente. Adoro il benessere economico, l’abbondanza delle merci, la società dei consumi, Internet e la tecnologia. Adoro uscire per mangiare, bere, passeggiare, fare sport, nuotare, guardare le partite al pub, leggere il giornale al bar, sudare ai concerti o fermarmi ad applaudire gli artisti di strada. Non mi sento né un misantropo né un censore dei costumi. Al contrario, mi ritengo un umanista, un sostenitore delle potenzialità della persona, al punto da credere che la principale missione di ciascuno di noi su questa terra non sia lavorare, affermarsi, accumulare, spendere, scopare e riprodursi ma crescere, evolvere, migliorare se stessi. Al di fuori di questa triade, non c’è altro.

Tutto ciò che facciamo, pertanto, dovrebbe essere una testimonianza del nostro percorso interiore, una proiezione della nostra persona. Invece, spesso, ho la sensazione che avvenga il contrario. Non siamo noi a modellare il mondo esterno ma lasciamo che sia il mondo esterno a modellare noi. Questa esigenza smodata di partecipare, di condividere ogni istante, la diffusa concezione della vita come rappresentazione, il rifiuto di ogni discorso appena più serio o “impegnato”, hanno acquisito una tale importanza che, nel momento in cui siamo costretti a rinunciare e a ripiegare in una dimensione più intima e individuale, sembra quasi che la vita si svuoti, perda di interesse, di motivazione, di senso.

Per questo, a mio parere, questo tempo resta un’occasione. Non per rifiutare o rinnegare quel che abbiamo fatto e quel che siamo stati appena fino a ieri ma per recuperare la forza di cose a cui siamo diventati quasi estranei – un tempo più disteso, l’introspezione, il controllo – e poter ripartire non solo “più forti di prima”, come spesso sento dire, ma anche più liberi.

 

 

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