Una sana presunzione

Nei miei momenti migliori sono vittima di una sana presunzione: quella di meritare di più. Di più dal mio lavoro, di più dalla mia compagna, di più da me stesso.

Capita soprattutto alla fine di certe serate in compagnia delle persone che preferisco, una buona parte delle quali, per fortuna, fa parte della mia famiglia, o quando finisco un lavoro o un pezzo di cui sono particolarmente soddisfatto. Qualche volta basta solo mettermi una camicia figa subito dopo essere andato dal barbiere, o essermi fatto la barba, per guardarmi allo specchio e dirmi che sì, tutto sommato posso anche passare per un quarantenne con un certo fascino.

Uno di quelli che se lo vedi da fuori o lo incontri per caso sul treno magari gli dai pure una seconda occhiata chiedendoti chi è, che fa, come sarebbe se lo conoscessi. Uno con l’aria di chi sa il fatto suo e, il più delle volte, un profumo gradevole, che in un uomo non guasta. Insomma, mi sento bene, e mi chiedo perché invece mi accontento spesso di cose che – tutto sommato – non mi fanno sentire così.

Sono presuntuoso? Forse, ma certe volte la presunzione aiuta. Anzi, è necessaria. Perché certe volte è la presunzione che ti porta a combattere la tendenza alla pigrizia, quella che ti fa sottostare agli umori volubili del tuo capo, che ti fa ingoiare le giornate in ufficio, noiose e spossanti, il cartellino da timbrare, i pranzi al bar appollaiato in vetrina, le levatacce per non perdere il treno, i temporali affrontati sullo scooter, in tangenziale, bardato come un guerriero medievale, in nome di un contratto mediocre, della finta tranquillità di uno stipendio da fame però regolare, la vecchiaia, la pensione (la che? La pensione. Sì, figuriamoci…) e tutto il resto. A volte, insomma, senza un po’ di giusta presunzione ti adagi su quello che hai, per quanto scomodo e avvilente possa essere, e ti adegui a una versione in sordina di te stesso.

Poi passi quelle serate lì, circondato da chi ti vuole bene, da chi crede così ciecamente nelle tue capacità che ti domandi che cosa mai stai aspettando, vivacchiando alla giornata, invece di darti da fare e spendere tutto te stesso per diventare quel che sei, quel che senti veramente di essere, per conquistare la vita che veramente vuoi fare. Quelli che ti dicono che gli manchi, che era meglio quando c’eri e si passava le domeniche insieme, che vogliono venire in viaggio con te o leggere le tue cose, quelli piccoli che devono crescere e quelli che sono cresciuti e non c’erano ma fa niente, perché ci vediamo a Natale.

Allora ben venga, una sana presunzione. Ben vengano la voglia di fare, di rischiare, e quel senso di vertigine e di incoscienza che ti prendono ogni volta che ti avventuri oltre i limiti della tua comfort zone. Tanto, alla fine, qualunque cosa sia successa, ci sarà sempre qualcuno a cui tutto sommato non importerà. Gli basterà averti vicino una domenica a pranzo, o alla cena di Natale, leggere un tuo pezzo, aspettare il tuo ritorno. Ed è davvero stupido accontentarsi delle briciole quando ci si conosce forti di tutto questo.

Commenti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.