The Times They Are A Changin’

Anni fa “salivo” a Milano un paio di volte l’anno. Per svago, per incontrare amici e parenti, per i primi contatti di lavoro. Come che sia, mi capitava spesso di passare i miei venerdì sera all’Ovidius, un pub piuttosto in voga dalle parti di Busto Arsizio. Ora, perché uno che da Napoli va a Milano passi i suoi venerdì sera a Busto Arsizio è una questione che ha un suo fondamento, ma la risposta alla domanda non fa parte di questa storia.

Ad ogni modo, in quelle serate passate davanti a goduriosi taglieri di salumi e formaggi, bicchieri di vino e boccali di birra (non si dovrebbero mischiare, lo so, ma tant’è…), chiacchiere rumorose e discorsi sulla vita, mi è capitato più di una volta di ascoltare qualcuno dire di aver perso il lavoro, o di aver deciso di cambiarlo. Detta così, può anche sembrare niente, ma per comprendere la portata della cosa dovete capire che per l’immaginario meridionale la perdita del lavoro è più di un’esperienza traumatica: è la madre di tutte le sciagure, l’incubo degli incubi, l’esperienza da cui non si torna vivi.

Noi che viviamo nella precarietà assoluta, nella più cieca incertezza del domani, ci aggrappiamo al “posto fisso” come all’unica ancora di salvezza. Toglieteci quello, ci avete tolto tutto (o comunque quel poco che ci rimane). Per non parlare dell’ipotesi di lasciare un lavoro perché insoddisfatti. L’espressione, e il concetto collegato, non fanno parte del nostro vocabolario. Se uno delle nostre parti si azzardasse a esprimere anche solo il vago desiderio di fare una cosa del genere verrebbe immediatamente interdetto e posto sotto la tutela come minimo di un medico e di un legale. E invece eccoli lì, quelli dell’Ovidius, miei coetanei o addirittura più giovani, che affrontavano con la massima serenità un tema che per la maggior parte dei miei amici “di giù”, e per me stesso, equivaleva alla catastrofe definitiva. Quanto più ne parlavano, tanto più apparivano ai miei occhi circonfusi (loro, non gli occhi: facciamo circondati va) da una luce eroica.

Poi è successo che mi sono trasferito a Milano per fare, come si dice, il freelance. In realtà, considerato che gli dei, come direbbe Checco Zalone, mi avevano condannato alla partita iva, e la prospettiva acclarata di una vita di contratti posticci, ho pensato che tanto valeva provarci sul serio e andare nella città che, pur nelle ristrettezze dei tempi, resta la capitale dell’editoria italiana. L’inizio non è stato neanche male: l’approccio nella Grande Azienda di Solida Tradizione, le prime commesse, un iniziale entusiasmo. Poi la GADST ci ha preso gusto e mi ha lentamente ma inesorabilmente circuito e trasformato nella più classica delle finte partite iva. Ovvio, con la mia colpevole collaborazione. In realtà, una parte di me storceva il naso di fronte alle spudorate menzogne che mi accingevo a firmare ma l’idea dello stipendio fisso a fine mese che comunque mi garantivano si agitava nel mio animo meridionale come una specie di dio pagano degno di ogni sacrificio. Perciò, non mi hanno certo tenuto la pistola puntata alla tempia mentre firmavo quei meravigliosi contratti di collaborazione secondo i quali potevo “anche” usufruire dei locali dell’azienda per lavorare. Come no. Ne potevo “anche” usufruire a tal punto che per tre anni ho fatto il dipendente a tempo pieno, obbligato di fatto a rispettare giorni e orari, formalmente libero ma in realtà privo dei più elementari diritti riconosciuti ai lavoratori dalla Costituzione e dal diritto del lavoro: le ferie, la malattia, i contributi. Poiché ogni mese emettevo regolare fattura, tutte queste belle menate sono state a carico mio. Non vi dico le risate quando, a giugno, arrivano i conti del commercialista.

Nel frattempo accumuli olimpionici di stress, capo sempre incazzato, responsabilità che nemmeno gli interni si sognano di prendersi, orari fiume, promesse di stabilizzazioni imminenti perché, è ovvio, ero una risorsa troppo preziosa. “Dobbiamo solo aspettare un pochino: appena le lune di Giove coincideranno con le correnti di Saturno non ci saranno santi, sarai assunto. Tieni duro, manca pochissimo”. Peccato che le lune di Giove e le correnti di Saturno siano marcate, come tutti sanno, da una siderale incompatibilità. In attesa dell’evento cosmico, ho lavorato come un somaro per tre anni e sono più povero di prima, più vecchio, più incazzato e con meno prospettive di quando sono arrivato qui. E complimenti, gianluchino, davvero una bella mossa.

Per fortuna, c’è un però. A un certo punto, verso la fine di questi tre anni meravigliosi, il mio animo meridionale ha ceduto di schianto. Una deliziosa signorina giapponese armata di una katana di carta ha fatto a fette il dio pagano con orientale grazia e ora, a fronte dei sacrifici richiesti, la prospettiva dello stipendio fisso a fine mese ha perso tutta la sua allettanza (sì, allettanza, ho deciso così). Così, in un impeto di insofferenza travolgente, ho preso il mio capo da parte e ho dato le dimissioni. Vabbe’, ho chiesto di rescindere il contratto (le dimissioni sono roba da assunti). Poi sono tornato a casa con piede leggero, mi sono guardato allo specchio e mi sono visto circonfuso (o circondato, fate voi) di un alone eroico in tutto simile a quello che aleggiava intorno ai ragazzi che ammiravo all’Ovidius. Bello no?

Da quel momento glorioso sono passate circa due settimane, durante le quali sono andato volutamente piano. Annuso l’aria, come dire, come uno catapultato improvvisamente in una città straniera. Di tanto in tanto sento le voci straziate delle mie zie e di tutti i miei parenti che innalzano le lamentazioni funebri. Cosa farai? Come ti manterrai? Come prenderai una pensione? Non lo so ragazzi, non lo so. Certo, passata l’euforia iniziale, qualche domanda scomoda ha cominciato a frullare nella testa pure a me. Ma credo sia una sorta di riflusso, il canto del cigno della mia napoletanità.

In qualche modo farò. Qualche contatto ce l’ho, qualche libretto da fare prime dell’estate pure e il resto… mah, il resto si vedrà. Per adesso, mi godo le prime serate limpide di marzo, le fusa del mio gatto quando mi alzo un’ora dopo, le passeggiate in bicicletta. Ho riscoperto il piacere di chiamare gli amici ad orari normali e sto riscoprendo una vita sociale. The times they are a changin’, cantava Bob Dylan. Vediamo dove portano. Hai visto mai che danno un premio Nobel pure a me.

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