Buoni autori, buone storie

Un articolo di Alessandra De Ciechi Lo “scrittore” vive o è una specie in via di estinzione, apparso qualche giorno fa su LinkedIn, tocca alcuni temi su cui rifletto e discuto da diverso tempo. In fondo, sono pur sempre un redattore/editor di testi scolastici, nonché un appassionato di narrativa. Così eccomi qui, per un’estemporanea capatina nel mondo in cui lavoro. Seguitemi se vi va.

L’articolo solleva un problema reale, per il quale però propone una soluzione troppo appiattita su quello che è attualmente un discutibile status quo. Premetto che la distinzione tra un autore che ha l’idea e un editor/ghostwriter che la realizza non mi sconvolge, né mi sorprende. Nel mio settore lo vedo capitare tutti i giorni e, soprattutto, mi sembra ricalcare quanto avviene nel cinema, fin dai suoi albori, tra soggettista e sceneggiatore. Una ripartizione di compiti che ha prodotto, per fortuna, molti capolavori. Da tempo propendo per riproporre la stessa distinzione anche nella narrativa. Riconoscere il valore economico di un’idea narrativa originale al pari di quello della realizzazione dell’idea stessa da parte di un soggetto con le competenze necessarie, porterebbe benefici a tutti. Avremmo da una parte il soggettista, dall’altro lo scrittore: entrambi riconosciuti espressamente all’interno dell’opera, proprio come avviene con i prodotti cinematografici. Ciò consentirebbe a mio avviso anche alla nutrita schiera dei ghostwriter di ottenere un riconoscimento espresso: uscire dalla dimensione “ghost” ed essere considerati per quello che sono, cioè autori a tutto tondo.

Forse mi spinge verso una soluzione di questo tipo la mia natura di docente, che mi fa storcere il naso di fronte a quella che nell’articolo sembra una delega di competenze dall’autore verso altre figure che, a mio avviso, dovrebbero comunque restare di supporto. L’editor in primo luogo.

Se un editor o un ghostwriter devono essere – come giustamente si afferma – competenti e bravi, a maggior ragione dovrebbero esserlo gli autori. Un autore competente e bravo, in grado di produrre buone storie indipendentemente dal medium utilizzato, aiuterebbe a risolvere anche il problema costituito dalla “impreparazione dei potenziali lettori alla fruizione di un testo lungo e minimamente complesso”. Questa affermazione è sicuramente vera per la generazione dei nativi digitali, che usano il cellulare e il linguaggio dei social in modo compulsivo, e la cui capacità di attenzione e rielaborazione è francamente sconfortante. Il mondo dei lettori è tuttavia ancora sufficientemente vasto da comprendere anche persone capaci di apprezzare una storia lunga e complessa, purché sia buona. La stessa serialità televisiva, quando è ben fatta, come nel caso di “13” o di “Stranger things”, solo per citare due esempi non a caso, è in grado di tenere desta l’attenzione proprio dei nativi digitali per un tempo lungo anche se frammentato. Sono le buone storie che dobbiamo tornare a produrre, e tornare a concentrarci sulla formazione di buoni autori o, meglio ancora, di buoni narratori, piuttosto che trovare il modo di sostituirci ad essi. Sarebbe la via migliore per consentire a ciascuno di rendere al massimo in ciò che sa fare meglio e di riconoscere il valore di due momenti ugualmente importanti nella produzione artistica e in quella scientifica: l’invenzione da un lato, la realizzazione dall’altro.

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