Qb

Non voglio illudere nessuno. Non sono uno chef , o un gourmet, o un uomo dal palato fine. Mangio perché mi piace e perché trovo divertenti molte fasi della preparazione del cibo: affettare i pomodori, tagliare le zucchine, grattugiare le carote. Mi piacciono la superficie rugosa dei taglieri, quelli di legno in particolare, e tutti quegli attrezzini di cui non conosco il nome. Il pelapatate è il mio preferito, ma anche il passaverdure (si chiama così?) e l’affare per sbucciare l’ananas mi convincono abbastanza.

I sughi esercitano su di me un fascino particolare. Anche se si tratta solo di pomodorini e basilico mi piace fare attenzione all’intensità del fuoco, badare ai tempi, rimestare, fare in modo che i pomodori non restino crudi o si trasformino in una poltiglia secca e raggrinzita. Credo abbia a che fare con l’estetica più che con il gusto. Ad ogni modo sto lì, in piedi, a sorvegliare la padella con la dedizione di una guardia svizzera.

Mi piace sedere a una tavola ordinata, anche quando mangio da solo. Presto attenzione: alle posate, ai tovaglioli, ai bicchieri. Preparo tutto in anticipo, in modo che sia a portata di mano una volta seduto: il cestino del pane, la caraffa con l’acqua e, quando ci vuole, la bottiglia del vino. Il sale e l’olio, le spezie e i limoni: insomma, tutto quello che serve.

E le quantità. Né troppo, né troppo poco. Né miseri, né sfacciati: il giusto. “Qb”, come direbbe qualcuno.

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