The Times They Are A Changin’

Anni fa “salivo” a Milano un paio di volte l’anno. Per svago, per incontrare amici e parenti, per i primi contatti di lavoro. Come che sia, mi capitava spesso di passare i miei venerdì sera all’Ovidius, un pub piuttosto in voga dalle parti di Busto Arsizio. Ora, perché uno che da Napoli va a Milano passi i suoi venerdì sera a Busto Arsizio è una questione che ha un suo fondamento, ma la risposta alla domanda non fa parte di questa storia.

Ad ogni modo, in quelle serate passate davanti a goduriosi taglieri di salumi e formaggi, bicchieri di vino e boccali di birra (non si dovrebbero mischiare, lo so, ma tant’è…), chiacchiere rumorose e discorsi sulla vita, mi è capitato più di una volta di ascoltare qualcuno dire di aver perso il lavoro, o di aver deciso di cambiarlo. Detta così, può anche sembrare niente, ma per comprendere la portata della cosa dovete capire che per l’immaginario meridionale la perdita del lavoro è più di un’esperienza traumatica: è la madre di tutte le sciagure, l’incubo degli incubi, l’esperienza da cui non si torna vivi.

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Il primo sapore della mia vita

Una volta mi hanno chiesto quale fosse il primo sapore della mia vita. Ho rovistato per un po’ nella mia memoria culinaria senza trovare nulla poi ho avuto un’illuminazione. “Non è un sapore tradizionale”, ho detto. “Va bene uguale?”

“Meglio ancora”, mi hanno detto.

Ebbene, quand’è così… Il primo sapore della mia vita è stato il bacio di Serena.

Il posto si chiamava Pietrabianca, un agglomerato di case di vacanza a due passi da Diamante, in Calabria. Era l’estate del 1989. Di sera, dopo il juke box e il biliardino, lasciavamo gli altri al bar per appartarci in qualche viale a parlare di chissà che. Io parlavo un sacco, lei pure, ma non chiedetemi di cosa perché non lo ricordo. Ricordo solo che una sera capitò: smettemmo di parlare e ci baciammo. Il mio primo bacio vero. Sì, insomma, con la lingua. Fino a quel momento c’erano state solo segrete esultanze dopo le sessioni di “Obbligo o verità” alle feste delle classe. Giorni di commenti con gli amici per un bacetto a timbro sulle labbra, in punta in punta.

Anche lì credo di ricordare la prima: Maria, affettuosamente ribattezzata “la caciottara”. Era una a cui piaceva far casino e ogni tanto litigava con l’italiano, però era bella. O almeno, sembrava bella allora. Comunque la sera del mio compleanno, seduta in terra di fronte a me, quando fu il suo turno disse “obbligo” e il mio amico senza esitare disse “dagli un bacio” e mi indicò. Non se lo fece ripetere due volte. Si avvicinò, si chinò su di me e un attimo prima di baciarmi chiese pure: “Posso?” Che domande. Certo che puoi, anzi, già che ci sei datti pure una mossa.

Che felice stagione, quando erano le ragazze a cercare di baciarmi e ci riuscivano, prima che le cose cambiassero e io cercassi di baciarle senza riuscirci.

Di quel bacio però non ricordo altro. Né odore né sapore, solo un piacevole formicolio alla base del collo che mi accompagnò per qualche giorno.

Di Serena, invece, ricordo tutto. La camicetta bianca senza maniche, i jeans, i capelli legati in una coda, il suo accento milanese e, naturalmente, il sapore: menta fresca, perché prima di baciarmi non aveva buttato via il chewing-gum. Una Vivident, ci scommetto, anche se con il passare degli anni mi sorge il dubbio che fosse una Vigorsol.

Ad ogni modo il primo sapore della mia vita è lei. Avevo diciassette anni, era estate ed ero innamorato. Dopo ho dato altri baci e ho assaggiato molte cose, ma niente mi è rimasto attaccato alla memoria come quel chewing-gum di ritorno assaporato di sera, in un viale alberato, lungo la costa calabra. Doveva essere una Vivident. O forse era una Vigorsol.

Vallo a sapere.