Il caffé

Riempio il serbatoio fino alla piccola tacca sopra la valvola, poi metto tre cucchiaini di miscela scura nell’imbuto, senza pressare. Avvito con cura la parte superiore e, se è il caso, ripulisco la filettatura con l’angolo dello strofinaccio. Metto la moka sul fuoco, a fiamma lenta, e aspetto. Il caffè migliore lo prendo appena sveglio, di primo mattino. La città ha il volume ancora basso e il chiarore dell’alba è ancora incerto. Posso accendere la luce della cappa e stare immobile, avvolto in un calore familiare. Leggo, se ho un buon libro, oppure guardo la piccola fiamma blu che accarezza il fondo della macchinetta. Talvolta inspiro l’odore che mi è rimasto attaccato alle dita e mi lascio andare a qualche ricordo. Altre volte, semplicemente, aspetto. In tempi di capsule e Nespresso questa lenta e gratuita perdita di tempo mi sembra quasi un gesto sovversivo. Poi c’è uno sfrigolio che mi fa alzare. Il caffè sale lentamente, alimentato da un rivolo che scorre lungo il fianco della canna, coprendosi di uno strato di schiuma sottile, color nocciola. Quando è pronto gorgoglia e profuma. Chiudo il coperchio con uno scatto, provocando una voluta di fumo denso. Eccolo, l’odore del caffè, diverso da ogni altro. Il primo odore della giornata, che si apre nella cucina come un sorriso di benvenuto. Un pizzico di zucchero nella tazzina e siamo pronti. Verso e torno al tavolo, mescolando. Qualche volta accendo la tivù per guardare le notizie che scorrono, senza volume. Più spesso mi risiedo, chiudo gli occhi, mi concentro. Il caffè è nero e forte, vigoroso, con appena una punta di amaro. Lo bevo a piccoli sorsi. Sento La ragazza di Ipanema, vedo il Cristo a braccia aperte, il Pan di zucchero, il Corcovado. Poi i contorni della giornata vanno a posto, comincio a pensare alle cose da fare. E sono pronto, amico mio, sono sveglio. Posso cominciare.

Commenti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.