Domenica mattina

Valeria dorme. Prendo le chiavi e mi concedo una passeggiata per le strade semideserte e silenziose. Cornetto al cioccolato e caffè allo chalet sul lungomare. Il tizio del bar ha voglia di parlare e mi racconta la sua passione per Jennifer Lopez, che intanto balla seducente sullo schermo di MTV. Prima era passato il video delle Serebro, tre ragazze russe ammiccanti e un po’ troie, però simpatiche. Pago ed esco.

Cammino all’ombra degli alberi della villa, mi siedo su una panchina. Non sono ancora le dieci e il caldo è già terribile. Guardo Napoli. Il mare calmissimo, le barche all’ancora, la collina di Posillipo. È tutto bellissimo e io sono in pace. Penso a questa città come a una donna vittima di violenze domestiche, maltrattata ogni giorno da coloro che dicono di volerle bene. Cerco le parole per descrivere questa perversione dei napoletani ma non trovo quelle giuste. So solo che la camorra non è la causa, ma la conseguenza.

Ritorno a casa senza fretta. Piazza dei Martiri, via Alabardieri, vicoletto Belledonne. Anche lì tutto tranquillo. Negozi chiusi, nei baretti si fanno le pulizie. Forse a ora di pranzo ci sarà l’aperitivo. Arrivo a casa. Devo lavorare ma prima voglio ricordare queste cose. Valeria dorme ancora. Argo scorrazza libero da qualche parte, nel giardino di Torca.

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Prima colazione

Devo sedermi in un bar, un decadente bar di cinesi, grossolano, un po’ sporco, visitato dai viaggiatori svogliati del primo mattino. Magari uno di quelli incastrati tra i corridoi delle stazioni. In questo, Milano è come Parigi: ovunque ci sono cunicoli nel sottosuolo invasi dall’odore del burro. Voglio bere un caffè guardando distrattamente i titoli dei giornali. Il Corriere, poi la Gazzetta, addentando una brioche al cioccolato che sparge briciole dappertutto. Alzarmi sazio, contento, uscire all’aperto, continuare a camminare.

Il caffé

Riempio il serbatoio fino alla piccola tacca sopra la valvola, poi metto tre cucchiaini di miscela scura nell’imbuto, senza pressare. Avvito con cura la parte superiore e, se è il caso, ripulisco la filettatura con l’angolo dello strofinaccio. Metto la moka sul fuoco, a fiamma lenta, e aspetto. Il caffè migliore lo prendo appena sveglio, di primo mattino. La città ha il volume ancora basso e il chiarore dell’alba è ancora incerto. Posso accendere la luce della cappa e stare immobile, avvolto in un calore familiare. Leggo, se ho un buon libro, oppure guardo la piccola fiamma blu che accarezza il fondo della macchinetta. Talvolta inspiro l’odore che mi è rimasto attaccato alle dita e mi lascio andare a qualche ricordo. Altre volte, semplicemente, aspetto. In tempi di capsule e Nespresso questa lenta e gratuita perdita di tempo mi sembra quasi un gesto sovversivo. Poi c’è uno sfrigolio che mi fa alzare. Il caffè sale lentamente, alimentato da un rivolo che scorre lungo il fianco della canna, coprendosi di uno strato di schiuma sottile, color nocciola. Quando è pronto gorgoglia e profuma. Chiudo il coperchio con uno scatto, provocando una voluta di fumo denso. Eccolo, l’odore del caffè, diverso da ogni altro. Il primo odore della giornata, che si apre nella cucina come un sorriso di benvenuto. Un pizzico di zucchero nella tazzina e siamo pronti. Verso e torno al tavolo, mescolando. Qualche volta accendo la tivù per guardare le notizie che scorrono, senza volume. Più spesso mi risiedo, chiudo gli occhi, mi concentro. Il caffè è nero e forte, vigoroso, con appena una punta di amaro. Lo bevo a piccoli sorsi. Sento La ragazza di Ipanema, vedo il Cristo a braccia aperte, il Pan di zucchero, il Corcovado. Poi i contorni della giornata vanno a posto, comincio a pensare alle cose da fare. E sono pronto, amico mio, sono sveglio. Posso cominciare.