L’inverno

La luce purissima che avvolge le cose poco prima del tramonto.

La prima volta che fa freddo e metti un maglione di lana.

Quando siedi davanti a una finestra chiusa a guardare la pioggia e il gatto ti salta in braccio e fa le fusa.

La nostalgia delle cose che non hai fatto ma ti sarebbe piaciuto fare e il richiamo di quelle per cui pensi di essere ancora in tempo.

I pomeriggi di domenica sotto il plaid, coi tuoi piedi che mi sfiorano i polpacci mentre guardiamo un film di Julia Roberts.

Fare l’amore mentre fuori infuria la bufera ma a noi che ne importa.

Pausa

Il sole va e viene. Un vento leggerissimo fa ondeggiare il glicine e ravviva i gerani. La temperatura è mite. In piscina non c’è nessuno, Maurizio e Grazia sono al mare, i gatti dormono.

Ho mangiato uno snack e preparato un caffè, sorseggiato in veranda. Ora sono qui. Allungo le gambe sul tavolino, incrocio i piedi e non faccio niente. I miei pensieri vagano, i miei occhi si nutrono di colori vividi. Sto bene.

Il mare, in lontananza, è di un azzurro perfetto. Ci sono barche ormeggiate intorno all’isola dei Galli. Per il resto tutto è fermo, rarefatto, insolitamente lento.

Da qualche parte, in un altro mondo, ci sono treni che vanno, telefoni che squillano, segretarie che si preoccupano, manager che comandano e tassisti che si incazzano.

Qui la natura è rigogliosa, i grilli cantano, gli uomini sono calmi. Io sono solo, distante, sereno. Vivo.

Le domande giuste

Qualche anno fa, di questi tempi, giravo in scooter per la provincia di Siracusa. Uno scooter nero, aggressivo, bellissimo: un beverly cruiser vecchio modello, con il cruscotto cromato come quello delle motociclette. Lo avevo comprato apposta per quello che era il mio primo, e finora – ahimè –ultimo viaggio in solitario.

Avevo scelto la Sicilia guidato in parte dall’istinto, in parte dai pareri entusiastici degli amici e dei colleghi che l’avevano visitata. Non che fosse la mia prima volta: avevo visto Cefalù e Agrigento, ma erano state esperienze brevi, stanziali, adolescenziali, che ricordo con piacere ma da cui non mi sembrava di aver ricavato alcuna vera conoscenza, né del posto né, più importante, di me stesso.

Questo viaggio, invece, doveva essere un’esperienza completamente diversa e speciale: nessuna prenotazione, solo io, il mio scooter, il mio zaino, la strada, e una lunga e spensierata marcia verso il mare e il tramonto. Volevo semplicemente guardare, scrivere, assaggiare, conoscere e, auspicabilmente, crescere.

Così sono partito, carico di propositi e di consigli. “Devi assolutamente entrare nella riserva di Vendicari”; “Non puoi perderti una serata a Marzamemi”; “Se ci passi, fai un giro a Ragusa Ibla”; “Ortigia? Ortigia è bellissima”. E il teatro greco. E la grotta di Dioniso. E la spiaggia di Fontanafredda. E la brioche con la granita. E il cannolo e le arancine. E Noto, e Modica e, insomma, tutta la provincia.

È passata la prima settimana. Ho conosciuto persone, ho tenuto un diario, ho visto posti bellissimi e mangiato cose saporite. Sono stato a Vendicari. Ho passato la serata a Marzamemi. Ho fatto un giro a Ragusa Ibla. HO mangiato la brioche con la granita. Non ero soddisfatto. Il mio scooter andava a meraviglia; avevo imparato a conoscerlo, a ottimizzare il consumo, a spingerlo fino a dove il suo motore emetteva un dolce e rassicurante ronzio di crociera, a guidarlo dolcemente nelle curve. Ma non ero soddisfatto.

Tutto sembrava in ordine, eppure, nel profondo, non lo era. C’era un “ma”, qualcosa che mi teneva un passo al di qua di un’adesione completa e autentica a quello che stavo facendo. Ero a metà. Avevo guardato, scritto e assaggiato ma, in fondo, non mi sentivo cresciuto. Per dirla con gli intellettuali era come se l’estetica del viaggio avesse preso il sopravvento sull’etica, o come se al contenitore mancasse il contenuto.

A Modica ho capito. Sono arrivato nelle prime ore di un pomeriggio torrido, ho preso possesso della mia camera ringraziando una proprietaria molto gentile e mi accingevo a cambiarmi per tornare sul corso a degustare il leggendario cioccolato. Lì, seduto sulla sponda del letto, con la maglietta pulita in mano, mi è venuto in mente il collega che mi aveva parlato della pasticceria Bonaiuto, una delle più antiche della città e ancora, certamente, la migliore.

“I cannoli te li riempiono al momento. Io potrei mangiarne tre o quattro di fila, sia con la ricotta che col cioccolato. Quando li avrai assaggiati chiamami, e fammi sapere”. Ed era esattamente lì che stavo per andare, alla pasticceria Bonaiuto, per assaggiare il cannolo riempito al momento e poi chiamare il mio collega e condividere con lui la mia estasi dolciaria.

Subito dopo mi è venuta in mente l’amica che mi aveva consigliato la serata a Marzamemi. “Se resti fino a una certa ora”, mi aveva detto, “diventa bello perché mettono la musica e si balla tutti insieme al centro della piazza”. E così, nonostante la stanchezza e il fatto di dormire a qualche chilometro da lì, mi ero trattenuto a Marzamemi ad aspettare l’ora giusta per ballare nella piazza insieme a un manipolo di persone sconosciute.

È stato allora che mi sono venute in mente due cose. La prima, è che non avevo alcuna voglia di andare alla pasticceria Bonaiuto. Non subito almeno. Preferito di gran lunga stendermi a leggere e dormire per un paio d’ore. La pasticceria era lì da decenni, avrebbe continuato a esserci almeno fino a sera. La seconda, è che fino a quel momento non avevo fatto il mio viaggio ma il viaggio che gli altri si aspettavano da me. I posti che avevo visitato, i cibi che avevo assaggiato, le scelte che avevo fatto, tutto era avvenuto per rispondere alle domande che gli altri avrebbero posto al mio ritorno. “Allora, sei stato a Vendicari?”. “Sì, ci sono stato”:

“Hai visto che carina Marzamemi, quando si balla?” “Sì, davvero carinissima”.

“Di’, dunque: com’era il cannolo di Bonaiuto?” “Guarda, avevi ragione: era sublime”.

E così procedevo, mosso dal desiderio inconsapevole di dare la risposta giusta alle domande sbagliate. Le domande loro, non le mie.

Così, ho rimesso la maglia nello zaino, ho tirato fuori “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, mi sono sdraiato e ho letto. Per ore, sonnecchiando, rileggendo, sonnecchiando di nuovo. Mi sono alzato solo quando mi è sembrato di vedere un cambiamento nella luce che arrivava da fuori: ora aveva un tono meno incandescente, i riflessi erano più morbidi, i colori più delicati. Doveva essere tardo pomeriggio. Ho fatto la doccia, poi ho indossato la maglietta pulita e sono uscito.

Sul corso ho visto un piccolo bar carino, affollato di gruppi di ragazzi allegri e di altra gente che sembrava del posto. Mi sono seduto a un tavolo in buona posizione, con vista sul passeggio della sera, e ho ordinato un gelato e un’acqua minerale. Un gelato, non un cannolo, ma, quello sì, al cioccolato.

Il viaggio degli altri era finito. Con le domande giuste, il mio era appena cominciato.

 

 

 

Ritmi di stagione

Ci siamo alzati presto. Il sole era ancora mite e abbiamo fatto il bagno, galleggiando pigramente sull’acqua della piscina.

Verso mezzogiorno, col sole a picco, ci siamo riparati all’ombra per pranzare: fresella al pomodoro e frutta fresca.

Nel caldo micidiale del primo pomeriggio ci siamo chiusi in casa a riposare.

Quando il sole ha iniziato la discesa siamo tornati in piscina, per fare ancora una nuotata prima della doccia.

La sera è arrivata dolcemente. Vestiti, ripuliti, riposati, abbiamo fatto un giro in paese, comprato i regali per chi è rimasto a casa e cenato fuori con un bicchiere di vino e una birra fresca.

È calata la notte. Abbiamo guardato le stelle dal giardino e parlato sottovoce aspettando il sonno. Alla fine siamo andati a letto.

Non ho chiesto nemmeno una volta che ore sono.