L’inverno

La luce purissima che avvolge le cose poco prima del tramonto.

La prima volta che fa freddo e metti un maglione di lana.

Quando siedi davanti a una finestra chiusa a guardare la pioggia e il gatto ti salta in braccio e fa le fusa.

La nostalgia delle cose che non hai fatto ma ti sarebbe piaciuto fare e il richiamo di quelle per cui pensi di essere ancora in tempo.

I pomeriggi di domenica sotto il plaid, coi tuoi piedi che mi sfiorano i polpacci mentre guardiamo un film di Julia Roberts.

Fare l’amore mentre fuori infuria la bufera ma a noi che ce ne importa.

Il Gragnano

 

tavernaIl lato oscuro della Campania, l’anima nera della Falanghina. Tanto quella è delicata e candida, tanto questo è sporco e cattivo.

Il Gragnano è un vinaccio frizzante, da istinti primordiali. Un manigoldo da bettole  della peggior risma, che non si beve e non si degusta: si butta giù alla viva il parroco da bicchieri di vetro spesso.

Si accompagna ad acerrime partite di tressette, di briscola e di scopone scientifico, durante le quali contribuisce a sparigliare carte e pensieri, suggerendo bestemmie feroci e occhiate in tralice.

Va da sé che questo vino preferisce pietanze altrettanto sfacciate: le salsicce coi friarielli, la trippa, il panino con la polpetta, la frittatina di maccheroni, il “panuozzo” e altre delicatezze simili. Non disdegna i provoloni piccanti e gli affettati, purché rigorosamente vietati dai dietologi.

Vivamente sconsigliato per un primo appuntamento o per tavole di palati fini, è perfetto per rimpatriate tra amici che non vedono l’ora di rivelarsi i segreti più inconfessabili.

Può presentarsi vagamente sessista, come un vino maschile e patriarcale, ma non teme donne consapevoli e con le spalle solide, ballerine di taranta, suonatrici di nacchere.

Se una volta ogni tanto vi va di lasciarvi alle spalle le buone maniere e di concedervi un giro nei bassifondi, di abbandonarvi all’istinto e poi tirare l’alba cantando a squarciagola sorreggendovi a vicenda, be’, portatevi un Gragnano: poi dovranno venire a recuperarvi da qualche regione remota di voi stessi e ricordarvi il vostro nome ma, credetemi, ne sarà sicuramente valsa la pena. Prosit!

Di quel mistero chiamato amore

Lo so, questo farà ridere qualcuno, ma uno dei temi attorno al quale più mi piace leggere e scrivere è l’amore. Eh già. Resto convinto che sia l’unico sentimento che conta, quello che spinge gli uomini a fare o non fare le cose, che li rende tristi o felici, che dà senso alla vita, che tira fuori risorse inaspettate quando servono. O che spegne la luce quando non ce n’è più.

Così mi piacerebbe scrivere una serie di storie che affrontino le sue diverse facce, come tasselli di un mosaico: l’amore di un uomo per una donna, di una madre per un figlio, l’amore tra fratelli o tra amici, quello di un figlio per i genitori. Ma anche l’amore per l’arte e la bellezza, l’amore per il mare, l’amore per la patria, per un animale o per la natura. Senza moralismi e senza verità: solo il mio modo di vederlo, di cercarlo o, come è più probabile, di fraintenderlo.

L’idea mi è venuta in viaggio. Ovunque io vada, che ci vada da solo o in compagnia, qualsiasi posto io visiti – che sia un antico borgo toscano, una metropoli americana o un sentiero nebbioso sulle Dolomiti – ciò che più di ogni altra cosa mi colpisce sono le coppie di turisti che incontro sul mio cammino. Più degli spettacoli della natura, più della bellezza dei castelli e delle chiese, persino più dei quadri che pure mi fermo ad ammirare nei musei, ciò che più sollecita la mia immaginazione sono le persone che viaggiano in coppia.

Adoro le coppie di ragazzi di vent’anni al loro primo viaggio da fidanzati, il loro modo di copiare gli adulti mentre affrontano le cose; comprendo la loro eccitazione al pensiero di fare l’amore nella tenda, o nella camera d’albergo, liberi finalmente di poter dormire insieme senza sotterfugi. Ma adoro anche le coppie di stranieri coi bermuda e i sandali aperti, i loro modi svagati ed informali, la loro naturalezza nel tenere a bada i figli piccoli, spesso silenziosi e bellissimi, e il fatto che li portino nel marsupio o nel cestino del tandem, senza alzare la voce, senza spingerli, senza prenderli a schiaffi sul sedere.

Mi piace guardare le coppie di anziani che ancora camminano insieme mano nella mano, che siedono ai tavolini dei caffè all’aperto, protetti dagli ombrelloni con le marche della birra o in pieno sole, davanti a grandi coppe di gelato. I miei preferiti sono quei tedeschi altissimi, con le magliette a righe orizzontali, accompagnati da matrone sorridenti coi capelli raccolti sulla nuca. Il modo in cui si sforzano di parlare in italiano mentre indicano col dito qualcosa sul menù. Mi piacciono le risposte nell’inglese spicciolo dei nostri camerieri e il fatto che, alla fine della confusione linguistica, sul tavolino qualcosa di buono arriva sempre.

C’è sempre, poi, tra le ragazze che servono ai tavoli, qualcuna che attira la mia attenzione, per il modo in cui sorride, per come scrive sul blocchetto o per come incrocia i piedi mentre prende le ordinazioni; per come, tra una corsa e l’altra, si ravviva i capelli o si asciuga le mani sul grembiule. È un momento immancabile, quello della ragazza del bar, e i miei taccuini sono pieni di firme di ragazze a cui ho chiesto di condividere un frammento di cammino, di lasciarmi un ricordo o un pensiero, un attimo di attenzione fugace: molte lo hanno fatto col sorriso e conservo i loro nomi scritti in grandi lettere tondeggianti, come una collezione di piccoli oggetti preziosi. Anche di loro, naturalmente, mi sarebbe piaciuto saperne di più, conoscerne la vita e le emozioni, quel che sanno o che non sanno dell’amore.

Ma questa, come si vede bene, è un’altra storia.

Pallagrello Nero Terre del Principe 2013

Mi imbatto in questo giovane rosso in una piacevole sera d’agosto.

Il contesto è splendido: la fattoria Terranova, arroccata sul promontorio che domina Sant’Agata sui due golfi, a Massa Lubrense. La sera è chiara. Dalla grande terrazza si vedono chiaramente le luci della costa e il placido profilo dell’isola dei Galli. Il clima è mite. Non si potrebbe chiedere di meglio.

Il servizio è impeccabile, la compagnia bella. Ordiniamo antipasti misti e un assaggio di diversi primi. “E il vino?” Chiede il titolare. Ci facciamo consigliare, ed è una scelta felice.

pallagrello nerpCi arriva al tavolo questo Pallagrello di cui, francamente, non avevo mai sentito parlare. E’ vero che non sono un esperto, quindi la mia ignoranza non fa testo, ma questa volta c’è una ragione oggettiva: si tratta infatti di un vitigno riscoperto da poco e perciò di un vino (o, se preferite, di una varietà) da poco in commercio.

Ci viene proposta una vendemmia del 2013. Un giovanotto, dunque. Forse troppo. Qualcuno storce il naso. “Fidatevi”, dice il sommelier. Ci fidiamo.

A dispetto della giovane età, in effetti, questo rosso è pieno di carattere: colore magnifico, gusto robusto, grande personalità. Si accompagna benissimo alla varietà di piatti che abbiamo in tavola: fritturine, frutti di mare, latticini, polpo in insalata, verdure sott’olio e grigliate, bruschette classiche, bruschette con paté, primi di terra e di mare. Il pallagrello trova il suo spazio, gioca di squadra, senza cancellare i sapori e senza tirarsi indietro. Bocca e palato non restano indifferenti, e conservano a lungo la traccia del suo passaggio. Sono i tannini, questo lo so. Un pelino forti, ma non ancora abbastanza da essere fuori misura.

Pare che vogliano farne un vino da invecchiamento, proprio per ammorbidire il suo colpo di coda. Be’, sarà interessante scoprire questo prorompente giovanotto in che genere di maturo signore si trasformerà. Per ora, all’esordio, lo promuovo a pieni voti.