Prima colazione

Devo sedermi in un bar, un decadente bar di cinesi, grossolano, un po’ sporco, visitato dai viaggiatori svogliati del primo mattino. Magari uno di quelli incastrati tra i corridoi delle stazioni. In questo, Milano è come Parigi: ovunque ci sono cunicoli nel sottosuolo invasi dall’odore del burro. Voglio bere un caffè guardando distrattamente i titoli dei giornali. Il Corriere, poi la Gazzetta, addentando una brioche al cioccolato che sparge briciole dappertutto. Alzarmi sazio, contento, uscire all’aperto, continuare a camminare.

Pausa

Il sole va e viene. Un vento leggerissimo fa ondeggiare il glicine e ravviva i gerani. La temperatura è mite. In piscina non c’è nessuno, Maurizio e Grazia sono al mare, i gatti dormono.

Ho mangiato uno snack e preparato un caffè, sorseggiato in veranda. Ora sono qui. Allungo le gambe sul tavolino, incrocio i piedi e non faccio niente. I miei pensieri vagano, i miei occhi si nutrono di colori vividi. Sto bene.

Il mare, in lontananza, è di un azzurro perfetto. Ci sono barche ormeggiate intorno all’isola dei Galli. Per il resto tutto è fermo, rarefatto, insolitamente lento.

Da qualche parte, in un altro mondo, ci sono treni che vanno, telefoni che squillano, segretarie che si preoccupano, manager che comandano e tassisti che si incazzano.

Qui la natura è rigogliosa, i grilli cantano, gli uomini sono calmi. Io sono solo, distante, sereno. Vivo.

Effetto città

Leggo un libro sulla città. La quarta di copertina recita “La metropoli contemporanea: un mondo dove si incontrano e si sovrappongono geografie differenti. Un’opera d’arte complessa, enigmatica, infinita”.

La città come opera d’arte, una cosa che ho sempre pensato non certo una novità. Ma forse è anche a questo che servono i libri. A sistemare cose che sai, a dare ordine a pensieri confusi, così che, tutti bene allineati, diventino conoscenza.

La città è il posto in cui vivo, in cui mi piace vivere. Mi attira la possibilità di un libro sulle sue architetture, i suoi spazi, i suoi significati. “Le nostre metropoli non sono più ‘città dello spazio’, governate da leggi prospettiche rigorose, ma ‘città delle situazioni’…luoghi plasmati da violenti conflitti tra identità e differenze, tra saperi e poteri”. Anche questo lo so, lo intuisco tutti i giorni salendo sulla metro o attraversando quartieri con la bici. Leggerlo conferma la mia esperienza, le dà valore e questo, non so perché, mi fa sentire parte di qualcosa.

Ma non leggo libri solo per cercare conferme. Leggere sul mondo in cui vivo mi aiuta a trovare parole nuove, mi spinge a guardare le cose da un’altra prospettiva. “La città di oggi è una città-lista… un elenco non lineare di episodi”. Eccola, la vista nuova, quella a cui non avevo pensato. E, con la parola, arriva la cosa, cioè un’altra luce, un altro mondo che vale la pena approfondire. La città come successione non lineare di episodi, come narrazione infinita, aperta a tutto.

E’ solo una singola frase, lo so, ma accende in me il desiderio di esserci. Che sia Milano o Napoli poco importa. Narrazioni diverse, tutte valide. Ora il sole splende sul frammento di città inquadrato dalla mia finestra. Un frammento piccolo, col giusto numero di alberi e di case. Io potrei continuare ma mi fermo. Ho sotto gli occhi un episodio appartato della grande lista.

Esco a farmi un giro.