L’ora dei fantasmi

Mi sveglio sudato, con lo stomaco indolenzito, in preda a un diffuso malessere. È buio. Jonne è sdraiata al mio fianco, girata di spalle. Non capisco se dorme o è sveglia. A scanso di equivoci, mi alzo con cautela. Il gatto, che come al solito è allungato tra noi, non fa una piega.

In cucina l’orologio digitale sul microonde indica le quattro e qualcosa in rigorosi numeri verdi. Prendo l’acqua dal frigo e bevo un primo bicchiere tutto d’un fiato, poi me ne verso un secondo e sorseggio, appoggiato al lavello, dicendomi per l’ennesima volta che devo smettere di pasticciare con gli aperitivi e di saltare la cena. Ho la pancia gonfia e dura come un tamburo. Lascio il bicchiere nel lavello e torno a letto. So che ora mi aspettano ore di difficoltoso dormiveglia, di movimenti circospetti e di attesa, col cervello che rumina recriminazioni e catastrofi. Le scelte importanti della vita che ho sbagliato, le opportunità che ho perduto, la piega leggermente estranea che ha preso la mia vita. Nessuno dovrebbe stare sveglio suo malgrado nelle ore che precedono l’alba. È l’ora dei fantasmi.

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Certi giorni di pioggia

Una volta dissi a una mia amica che preferivo i giorni di pioggia. “È naturale”, rispose lei. “Sei depresso”. Diciamo che la delicatezza nel dire le cose come stanno non è mai stata il suo forte.

Eppure, ammesso che avesse ragione, devo dire che può esserci una certa bellezza anche nella depressione. Non vedo come chiamare diversamente questa indolenza del corpo e della mente che, in giorni come questo, mi spinge a mettere da parte quello che sto facendo, sedermi più comodo sulla sedia, adagiarmi contro lo schienale e lasciarmi rapire dalla pioggia che cade incessante al di là della finestra aperta.

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