Quel che resta di…

…questa estate, a parte il resto, sono un paio di momenti di pura gioia.

Ho nuotato nella piscina deserta, a Torca, mentre veniva giù la sera. Due nuotate lunghe, lente, complete. Un respiro profondo ogni quattro bracciate. La mia mente si è svuotata, il mio fisico mi ha ringraziato. Il tempo è tornato all’indicativo presente. Ho fatto la doccia calda in terrazza, ho guardato l’imbrunire dall’alto, sono rimasto solo nell’aria luccicante fino a quando non mi sono sentito pronto per risalire verso casa. La prima sera mi ha accolto uno squisito odore di cucina: una sensazione dimenticata. Doris stava preparando il sugo di zucchine per la cena. Da molto tempo non mi sentivo così.

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Sketching

Non ho mai saputo disegnare, dunque scrivo. Sì lo so, Cartesio ha fatto meglio, ma insomma lui era lui e io sono io.

Comunque. Diversi anni fa viaggiavo molto, soprattutto d’estate. Quando arrivava il giorno delle vacanze mettevo quattro cose nello zaino, gettavo lo zaino e la tenda sul sedile posteriore della mia innocenti rossa e via. Passavo a prendere Dario, il mio compagno di avventure, gettavamo il suo zaino accanto al mio e imboccavamo l’autostrada. Alla “via così” come direbbe Jack Sparrow, verso i nostri dieci/dodici giorni on the road, muniti dell’inseparabile guida ai campeggi del Touring Club. Che ci crediate o no, prima di Google e dei cellulari questi erano i mezzi.

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La rivoluzione della pancia

Da come mi guarda sembra che io sia stato colpito da una malattia rara e disgustosa. “Gian”, mi dice. “Hai fatto la pancia!”

Seguo il suo sguardo. In effetti, il cotone leggero della polo è languidamente adagiato sopra la linea convessa dei miei addominali. Ebbene sì, in quest’epoca in cui la fighitudine è asciutta, io mi sono permesso di metter su una pancia a dir poco irriverente.

“Devi fare un po’ di sport.”

Lo faccio, lo sport.

“Non ne fai abbastanza”.

Invece sì, ne faccio abbastanza.

“Ma allora scusa”, scuote la testa. “Com’è possibile?”

Be’, se proprio me lo chiedi…

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Domenica mattina

Valeria dorme. Prendo le chiavi e mi concedo una passeggiata per le strade semideserte e silenziose. Cornetto al cioccolato e caffè allo chalet sul lungomare. Il tizio del bar ha voglia di parlare e mi racconta la sua passione per Jennifer Lopez, che intanto balla seducente sullo schermo di MTV. Prima era passato il video delle Serebro, tre ragazze russe ammiccanti e un po’ troie, però simpatiche. Pago ed esco.

Cammino all’ombra degli alberi della villa, mi siedo su una panchina. Non sono ancora le dieci e il caldo è già terribile. Guardo Napoli. Il mare calmissimo, le barche all’ancora, la collina di Posillipo. È tutto bellissimo e io sono in pace. Penso a questa città come a una donna vittima di violenze domestiche, maltrattata ogni giorno da coloro che dicono di volerle bene. Cerco le parole per descrivere questa perversione dei napoletani ma non trovo quelle giuste. So solo che la camorra non è la causa, ma la conseguenza.

Ritorno a casa senza fretta. Piazza dei Martiri, via Alabardieri, vicoletto Belledonne. Anche lì tutto tranquillo. Negozi chiusi, nei baretti si fanno le pulizie. Forse a ora di pranzo ci sarà l’aperitivo. Arrivo a casa. Devo lavorare ma prima voglio ricordare queste cose. Valeria dorme ancora. Argo scorrazza libero da qualche parte, nel giardino di Torca.

Spaghetti alle vongole

No, non è una ricetta, ma una dichiarazione d’amore. Li preferisco bianchi, al massimo rosé, ma posso fare un’eccezione se i pomodori sono quelli giusti: maturi, veri, carichi di terra fertile e di sole. La pasta, spaghetti n. 5, ma da zio Pesce a Milano ho fatto una piacevole incursione nei tagliolini e ne è valsa la pena. Ovviamente, vongole fresche, altro che grappoli da banco del supermercato. Se possibile, mischiate ai più teneri e discreti lupini. Aglio appena appena, uno sbuffo di pepe, una spruzzata di prezzemolo tritato subito prima di servire.

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