La rivoluzione della pancia

Da come mi guarda sembra che io sia stato colpito da una malattia rara e disgustosa. “Gian”, mi dice. “Hai fatto la pancia!”

Seguo il suo sguardo. In effetti, il cotone leggero della polo è languidamente adagiato sopra la linea convessa dei miei addominali. Ebbene sì, in quest’epoca in cui la fighitudine è asciutta, io mi sono permesso di metter su una pancia a dir poco irriverente.

“Devi fare un po’ di sport.”

Lo faccio, lo sport.

“Non ne fai abbastanza”.

Invece sì, ne faccio abbastanza.

“Ma allora scusa”, scuote la testa. “Com’è possibile?”

Be’, se proprio me lo chiedi…

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Spaghetti alle vongole

No, non è una ricetta, ma una dichiarazione d’amore. Li preferisco bianchi, al massimo rosé, ma posso fare un’eccezione se i pomodori sono quelli giusti: maturi, veri, carichi di terra fertile e di sole. La pasta, spaghetti n. 5, ma da zio Pesce a Milano ho fatto una piacevole incursione nei tagliolini e ne è valsa la pena. Ovviamente, vongole fresche, altro che grappoli da banco del supermercato. Se possibile, mischiate ai più teneri e discreti lupini. Aglio appena appena, uno sbuffo di pepe, una spruzzata di prezzemolo tritato subito prima di servire.

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Stracotto alla lombarda

Dopo tanto vino, era destino che prima o poi ci mettessi vicino almeno un po’  di cibo.

Lo faccio passando una ricetta ovviamente non mia ma che mi sembra perfetta ora che siamo alle soglie dell’inverno. Si tratta infatti di un piatto decisamente “heavy”: se siete a dieta, se mangiate macrobiotico, se siete vegetariani, vegani o altro, questo è il momento di passare oltre. Se invece fuori fa freddo e voi siete tra quelli che ogni tanto si concedono il piacere di darci dentro di buzzo buono, allora non perdetevi questo secondo di carne decisamente caldo. La preparazione è lunga e articolata ma alla fine, credetemi, vale la pena.Continua a leggere…

Qb

Non voglio illudere nessuno. Non sono uno chef , o un gourmet, o un uomo dal palato fine. Mangio perché mi piace e perché trovo divertenti molte fasi della preparazione del cibo: affettare i pomodori, tagliare le zucchine, grattugiare le carote. Mi piacciono la superficie rugosa dei taglieri, quelli di legno in particolare, e tutti quegli attrezzini di cui non conosco il nome. Il pelapatate è il mio preferito, ma anche il passaverdure (si chiama così?) e l’affare per sbucciare l’ananas mi convincono abbastanza.

I sughi esercitano su di me un fascino particolare. Anche se si tratta solo di pomodorini e basilico mi piace fare attenzione all’intensità del fuoco, badare ai tempi, rimestare, fare in modo che i pomodori non restino crudi o si trasformino in una poltiglia secca e raggrinzita. Credo abbia a che fare con l’estetica più che con il gusto. Ad ogni modo sto lì, in piedi, a sorvegliare la padella con la dedizione di una guardia svizzera.

Mi piace sedere a una tavola ordinata, anche quando mangio da solo. Presto attenzione: alle posate, ai tovaglioli, ai bicchieri. Preparo tutto in anticipo, in modo che sia a portata di mano una volta seduto: il cestino del pane, la caraffa con l’acqua e, quando ci vuole, la bottiglia del vino. Il sale e l’olio, le spezie e i limoni: insomma, tutto quello che serve.

E le quantità. Né troppo, né troppo poco. Né miseri, né sfacciati: il giusto. “Qb”, come direbbe qualcuno.

Il caffé

Riempio il serbatoio fino alla piccola tacca sopra la valvola, poi metto tre cucchiaini di miscela scura nell’imbuto, senza pressare. Avvito con cura la parte superiore e, se è il caso, ripulisco la filettatura con l’angolo dello strofinaccio. Metto la moka sul fuoco, a fiamma lenta, e aspetto. Il caffè migliore lo prendo appena sveglio, di primo mattino. La città ha il volume ancora basso e il chiarore dell’alba è ancora incerto. Posso accendere la luce della cappa e stare immobile, avvolto in un calore familiare. Leggo, se ho un buon libro, oppure guardo la piccola fiamma blu che accarezza il fondo della macchinetta. Talvolta inspiro l’odore che mi è rimasto attaccato alle dita e mi lascio andare a qualche ricordo. Altre volte, semplicemente, aspetto. In tempi di capsule e Nespresso questa lenta e gratuita perdita di tempo mi sembra quasi un gesto sovversivo. Poi c’è uno sfrigolio che mi fa alzare. Il caffè sale lentamente, alimentato da un rivolo che scorre lungo il fianco della canna, coprendosi di uno strato di schiuma sottile, color nocciola. Quando è pronto gorgoglia e profuma. Chiudo il coperchio con uno scatto, provocando una voluta di fumo denso. Eccolo, l’odore del caffè, diverso da ogni altro. Il primo odore della giornata, che si apre nella cucina come un sorriso di benvenuto. Un pizzico di zucchero nella tazzina e siamo pronti. Verso e torno al tavolo, mescolando. Qualche volta accendo la tivù per guardare le notizie che scorrono, senza volume. Più spesso mi risiedo, chiudo gli occhi, mi concentro. Il caffè è nero e forte, vigoroso, con appena una punta di amaro. Lo bevo a piccoli sorsi. Sento La ragazza di Ipanema, vedo il Cristo a braccia aperte, il Pan di zucchero, il Corcovado. Poi i contorni della giornata vanno a posto, comincio a pensare alle cose da fare. E sono pronto, amico mio, sono sveglio. Posso cominciare.