Vitalizi populisti, ma tant’è…

Non amo i 5 Stelle e mai li amerò, ma la questione dei vitalizi mi trova d’accordo. Sarà propaganda, sarà fumo negli occhi, sarà campagna elettorale permanente, ma il provvedimento coglie il punto: gli italiani normali – gli elettori, per capirci – subiscono un trattamento pensionistico e gli eletti (in tutti i sensi) ne ricevono un altro.

Il taglio dei vitalizi, o meglio, il ricalcolo dei vitalizi secondo il regime contributivo, riequilibra il sistema, assoggettando tutti alle stesse regole. Queste, almeno, sembrano le intenzioni. La stessa operazione consente un risparmio nella spesa pubblica che, sempre nelle intenzioni, dovrebbe tradursi in maggiori investimenti a favore del welfare. Detta così, non fa una piega.

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Il politico a punti

La rocambolesca vicenda delle primarie del Movimento 5 Stelle, tanto per dirne una, mi fa venire in mente che per la valutazione dei politici dovremmo utilizzare un sistema di rating tipo quello della patente a punti.

Il sistema della patente è noto: ogni automobilista parte da un numero di punti prestabilito. Ogni infrazione al codice della strada costa una perdita in termini di punti proporzionale alla gravità dell’infrazione stessa: più grave è l’infrazione, più alto è il numero dei punti persi. Quando l’automobilista perde tutti i punti, gli viene tolta la patente e deve rifare l’esame. Ma il sistema funziona anche al contrario, premiando quelli che guidano secondo le regole: per ogni anno passato senza infrazioni si guadagnano punti che aumentano il capitale iniziale. Nell’insieme, e almeno in teoria, mi sembra un buon modo per tenere sulla strada solo quelli abbastanza capaci di guidare da non costituire un pericolo per sé e per gli altri.

Riportiamo tutto questo alla politica. Non me ne vogliano i Cinque Stelle se li uso come esempio, si tratta solo degli ultimi in ordine di tempo di una lunga, ahimè lunghissima fila, tristemente bipartisan (o tripartisan, o coalipartisan).

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Noemi e le altre

Lo so, mettersi a parlare della società è sempre un po’ una roba da tema in classe o, peggio, da vecchi. So anche che i social vanno usati per mostrare quanto siamo fighi e irresistibili e quanto la nostra vita sia meravigliosa. I nostri post devono essere ironici, leggeri, brillanti, accattivanti e possibilmente liberi da pensieri negativi. Eppure, se questa è la direzione in cui stiamo andando, e mi sembra di sì, ogni tanto mi viene da chiedermi se sia proprio la direzione giusta.

Ogni tanto, mi dico, sarebbe il caso di fermarci a riflettere con un minimo di impegno – lo so, lo so, anche questa è una brutta parola, ci manca poco che finiamo addirittura nella politica – sul mondo che stiamo contribuendo a creare. Prendiamo oggi, per esempio. Un ragazzo di sedici anni ammazza la fidanzata, adolescente anche lei, e confessa che lo ha fatto perchè lei voleva “convincerlo a uccidere i suoi genitori” (vedi articolo su La Stampa qui). Un quarantenne getta la compagna dall’auto e le spara alla schiena perché “aveva troppi amici” (l’articolo è qui). Insomma, non è che tutta questa leggerezza ci ha fatto un po’ perdere il senso delle cose?

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