Vitalizi populisti, ma tant’è…

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Non amo i 5 Stelle e mai li amerò, ma la questione dei vitalizi mi trova d’accordo. Sarà propaganda, sarà fumo negli occhi, sarà campagna elettorale permanente, ma il provvedimento coglie il punto: gli italiani normali – gli elettori, per capirci – subiscono un trattamento pensionistico e gli eletti (in tutti i sensi) ne ricevono un altro.

Il taglio dei vitalizi, o meglio, il ricalcolo dei vitalizi secondo il regime contributivo, riequilibra il sistema, assoggettando tutti alle stesse regole. Queste, almeno, sembrano le intenzioni. La stessa operazione consente un risparmio nella spesa pubblica che, sempre nelle intenzioni, dovrebbe tradursi in maggiori investimenti a favore del welfare. Detta così, non fa una piega.

È un’ennesima manifestazione di populismo, mi direte, e posso sinceramente essere d’accordo. Tuttavia il livello del dibattito politico attuale è questo, non solo in Italia, quindi non c’è tanto da fare gli snob: bisogna imparare a prendere quello che c’è e farselo bastare, adattarsi. Al populismo dell’odio che istiga all’intolleranza c’è da opporre un populismo costruttivo e in grado non dico di sollecitare aspirazione alte, ma almeno di contrastare le inclinazioni basse. È palesemente una contraddizione in termini (il populismo difficilmente può essere costruttivo), ma la sfida è questa

Nello specifico l’idea di fondo (lo so, “idea” è una brutta parola, ma vi prego di lasciamela passare solo stavolta) sarebbe quella di fare dei parlamentari dei lavoratori al pari di tutti gli altri. Lavoratori pagati per quello che fanno e che ricevono un trattamento previdenziale analogo a quello di tutte le altre categorie, anche se la loro carriera è presumibilmente più breve. Pazienza. Stiano attenti, facciano bene il loro mestiere, e magari la permanenza in Parlamento si allungherà. E che succede quando escono dal Parlamento, magari senza colpa, perché il loro partito perde le elezioni, non raggiunge il quorum, si scioglie, si divide, si disarticola, si riaggrega, insomma schioppa? E be’, quello che succede agli operai, agli impiegati, ai docenti, ai funzionari, ai professionisti di ogni settore e livello che per acquisizioni, tagli, ristrutturazioni sono costretti a rimboccarsi le manichee a rimettersi in gioco. Magari a cinquantacinque anni! D’altronde, è quello che pretendono da noi; noi pretendiamolo da loro.

Magari così riusciremmo a scoraggiare almeno una parte dell’orda degli opportunisti, quelli che anelano al Parlamento per sistemarsi e sistemare i loro cari fino alla settima generazione, infischiandosene del paese, ignorando la Costituzione, vivendo nella beata ignoranza della politica. Rendiamo quella di parlamentare una professione come le altre – importante, certo, ben pagata, certo – e vediamo se assistiamo ancora a certe risse da taverna, a dichiarazioni inconsistenti, a sceneggiate da reality di quarta serie. Vediamo quanti avrebbero il coraggio di buttarsi in un mestiere responsabilizzante e faticoso ma incerto, fluttuante, presumibilmente temporaneo.

Ecco, io la butto lì.

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