Il nuovo che avanza: la flipped class

Negli ultimi giorni ho partecipato a diverse riunioni di redazione. Niente di che, fa parte del mestiere. Ne sono uscito con un inquietante sospetto: dopo il digitale, la nuova frontiera dell’editoria scolastica sembra essere la preparazione dei materiali per la flipped class, la “classe capovolta”. Un’altra bella secchiata di frattaglie da sistemare per noi fuochisti della sala macchine. Ad ogni modo, approfittando di una mattinata di libertà, da bravo redattore mi metto a girovagare un po’ su internet per studiare il nemico.

In cima alle ricerche di Google appare un sito, flipnet.it, curato da alcuni docenti che da diverso tempo sperimentano in classe questa “nuova” e rivoluzionaria metodologia didattica. Il sito di per sé ha un’aria un po’ dilettantesca (scolastica, mi vien da dire), ma ok, Gian, non partiamo prevenuti. Guardiamo tutto con animo sereno e mente libera. Eppure, con tutto lo zen, giro, rigiro, riguardo, e alla fine – niente – vengo preso dallo sconforto: quello che mi trovo davanti è l’ennesimo tentativo di rivestire con parole nuove (e noiose) un metodo antico (che, detto tra noi, a partire più o meno da Socrate sembra essere il più efficace: mi chiedo perché continui ad aver bisogno di una legittimazione nelle nostre scuole).

L’obiettivo della flipped è in sintesi quello di rendere gli studenti protagonisti (e vai!), dando loro un ruolo più attivo nella ricerca e nella costruzione del sapere (perbacco!), lasciando agli insegnanti un ruolo di guida e orientamento nella sistemazione “a valle” delle informazioni acquisite (ma è bellissimo!!!). Secondo il metodo flipped, infatti, gli studenti studiano l’argomento a casa partendo da un video (wow!), dal quale traggono spunto per ricerche personali, per poi arrivare in classe con una certa quantità di materiale sul quale lavorare insieme al docente e sistemare/organizzare le conoscenze (no, ma che, davero?!?).

Ora, forse sto banalizzando, ma mi sembrano cose, come dire, già sentite. Non c’erano una volta la “didattica laboratoriale”, “l’apprendimento collaborativo” e non so più quante altre menate didattiche alternative alla vituperata e arcaica lezione frontale? Noi che ci occupiamo dei livelli più infimi dell’editoria scolastica non abbiamo dovuto fare i conti con una quantità elefantiaca di apparati dedicati al lavoro a casa e in classe degli studenti, di integrazioni ai contenuti del libro, dal “portfolio” ai laboratori, ai casi, a tutti gli altri vattelapesca divenuti obbligatori a seguito delle decisioni di un ministero che da anni tenta – per carità, con ragione – di fare della scuola un’istituzione utile per gli studenti e di conseguenza  – oddio! – per il paese? E quanti materiali integrativi abbiamo dovuto inserire nelle Guide per i docenti, per facilitare l’adozione di una metodologia più coinvolgente per i loro alunni, qualcosa che finalmente favorisse il passaggio dalle conoscenze alla abilità e – udite udite – alle competenze?

Eppure, continuano a spuntare, con cadenza regolare, approcci “nuovi”, che vivono nel migliore dei casi una breve e intensa stagione e poi finiscono confinati nella loro dimensione sperimentale, portati avanti con convinzione da un ristretto nugolo di accoliti entusiasti ma circondati dallo scetticismo dalla maggioranza del corpo docenti. Tempo qualche anno e si ricomincia tutto da capo.

La domanda, ovvia, è: perché? La risposta, la prima, altrettanto ovvia, è: perché i risultati della nostra scuola sono deludenti. Deludenti a un livello imbarazzante. Le rilevazioni dell’Ocse a questo proposito sono sconfortanti: gli studenti italiani fanno registrare risultati mediocri nelle capacità di base – leggere (e capire), scrivere e far di conto, tanto per intenderci – e l’Italia è uno dei paesi che mostra i più alti indici di analfabetismo di ritorno. Tacciamo per brevità altri aspetti relativi alla felicità degli studenti e alla motivazione dei docenti. La scuola insomma non va e con essa, di certo, non va l’intero sistema responsabile della formazione dei giovani, compresa l’editoria di settore.

La ricerca di alternative è dunque necessaria. Eppure, mi sembra, nessuna delle riforme scolastiche varate a cavallo del nuovo millennio ne ha trovate di efficaci. La sensazione, anzi, è che la confusione sia aumentata. Forse è arrivato il momento di fare un passo indietro e di tornare a pensare, prima che ai risultati, agli strumenti necessari per raggiungerli. Questo ci porta a quello che resta il principale problema irrisolto del nostro sistema scolastico/formativo: la formazione e il reclutamento degli insegnanti (Ta Taaaaaa!!!).

Ma questa, come si dice, è un’altra storia, e ve la racconterò più avanti.

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