Qb

Non voglio illudere nessuno. Non sono uno chef , o un gourmet, o un uomo dal palato fine. Mangio perché mi piace e perché trovo divertenti molte fasi della preparazione del cibo: affettare i pomodori, tagliare le zucchine, grattugiare le carote. Mi piacciono la superficie rugosa dei taglieri, quelli di legno in particolare, e tutti quegli attrezzini di cui non conosco il nome. Il pelapatate è il mio preferito, ma anche il passaverdure (si chiama così?) e l’affare per sbucciare l’ananas mi convincono abbastanza.

I sughi esercitano su di me un fascino particolare. Anche se si tratta solo di pomodorini e basilico mi piace fare attenzione all’intensità del fuoco, badare ai tempi, rimestare, fare in modo che i pomodori non restino crudi o si trasformino in una poltiglia secca e raggrinzita. Credo abbia a che fare con l’estetica più che con il gusto. Ad ogni modo sto lì, in piedi, a sorvegliare la padella con la dedizione di una guardia svizzera.

Mi piace sedere a una tavola ordinata, anche quando mangio da solo. Presto attenzione: alle posate, ai tovaglioli, ai bicchieri. Preparo tutto in anticipo, in modo che sia a portata di mano una volta seduto: il cestino del pane, la caraffa con l’acqua e, quando ci vuole, la bottiglia del vino. Il sale e l’olio, le spezie e i limoni: insomma, tutto quello che serve.

E le quantità. Né troppo, né troppo poco. Né miseri, né sfacciati: il giusto. “Qb”, come direbbe qualcuno.

Il primo sapore della mia vita

Una volta mi hanno chiesto quale fosse il primo sapore della mia vita. Ho rovistato per un po’ nella mia memoria culinaria senza trovare nulla poi ho avuto un’illuminazione. “Non è un sapore tradizionale”, ho detto. “Va bene uguale?”

“Meglio ancora”, mi hanno detto.

Ebbene, quand’è così… Il primo sapore della mia vita è stato il bacio di Serena.

Il posto si chiamava Pietrabianca, un agglomerato di case di vacanza a due passi da Diamante, in Calabria. Era l’estate del 1989. Di sera, dopo il juke box e il biliardino, lasciavamo gli altri al bar per appartarci in qualche viale a parlare di chissà che. Io parlavo un sacco, lei pure, ma non chiedetemi di cosa perché non lo ricordo. Ricordo solo che una sera capitò: smettemmo di parlare e ci baciammo. Il mio primo bacio vero. Sì, insomma, con la lingua. Fino a quel momento c’erano state solo esultanze contenute dopo le sessioni di “Obbligo o verità” alle feste delle classe. Giorni di commenti per un bacetto a timbro sulle labbra, in punta in punta.

Anche lì credo di ricordare la prima: Maria, affettuosamente ribattezzata “la caciottara”. Era una a cui piaceva far casino e ogni tanto litigava con l’italiano, però era bella. O almeno, sembrava bella allora. Comunque la sera del mio compleanno, seduta in terra di fronte a me, quando fu il suo turno disse “obbligo” e il mio amico senza esitare disse “dagli un bacio” e mi indicò. Non se lo fece ripetere due volte. Si avvicinò, si chinò su di me e un attimo prima di baciarmi disse: “Posso?” Che domande. Certo che poteva.

Che felice stagione, quando erano le ragazze a cercare di baciarmi e ci riuscivano, prima che le cose cambiassero e io cercassi di baciarle senza riuscirci.

Di quel bacio però non ricordo altro. Né odore né sapore, solo un piacevole formicolio alla base del collo che mi accompagnò per qualche giorno.

Di Serena, invece, ricordo tutto. La camicetta bianca senza maniche, i jeans, i capelli legati in una coda, il suo accento milanese e, naturalmente, il sapore: menta fresca, perché prima di baciarmi non aveva buttato via il chewing-gum. Una Vivident, ci scommetto, anche se con il passare degli anni mi sorge il dubbio che fosse una Vigorsol.

Ad ogni modo il primo sapore della mia vita è lei. Avevo diciassette anni, era estate ed ero innamorato. Dopo ho dato altri baci e ho assaggiato molte cose, ma niente mi è rimasto attaccato alla memoria come quel chewing-gum di ritorno assaporato di sera, in un viale alberato, lungo la costa calabra. Doveva essere una Vivident. O forse era una Vigorsol.

Vallo a sapere.

Il caffé

Riempio il serbatoio fino alla piccola tacca sopra la valvola, poi metto tre cucchiaini di miscela scura nell’imbuto, senza pressare. Avvito con cura la parte superiore e, se è il caso, ripulisco la filettatura con l’angolo dello strofinaccio. Metto la moka sul fuoco, a fiamma lenta, e aspetto. Il caffè migliore lo prendo appena sveglio, di primo mattino. La città ha il volume ancora basso e il chiarore dell’alba è ancora incerto. Posso accendere la luce della cappa e stare immobile, avvolto in un calore familiare. Leggo, se ho un buon libro, oppure guardo la piccola fiamma blu che accarezza il fondo della macchinetta. Talvolta inspiro l’odore che mi è rimasto attaccato alle dita e mi lascio andare a qualche ricordo. Altre volte, semplicemente, aspetto. In tempi di capsule e Nespresso questa lenta e gratuita perdita di tempo mi sembra quasi un gesto sovversivo. Poi c’è uno sfrigolio che mi fa alzare. Il caffè sale lentamente, alimentato da un rivolo che scorre lungo il fianco della canna, coprendosi di uno strato di schiuma sottile, color nocciola. Quando è pronto gorgoglia e profuma. Chiudo il coperchio con uno scatto, provocando una voluta di fumo denso. Eccolo, l’odore del caffè, diverso da ogni altro. Il primo odore della giornata, che si apre nella cucina come un sorriso di benvenuto. Un pizzico di zucchero nella tazzina e siamo pronti. Verso e torno al tavolo, mescolando. Qualche volta accendo la tivù per guardare le notizie che scorrono, senza volume. Più spesso mi risiedo, chiudo gli occhi, mi concentro. Il caffè è nero e forte, vigoroso, con appena una punta di amaro. Lo bevo a piccoli sorsi. Sento La ragazza di Ipanema, vedo il Cristo a braccia aperte, il Pan di zucchero, il Corcovado. Poi i contorni della giornata vanno a posto, comincio a pensare alle cose da fare. E sono pronto, amico mio, sono sveglio. Posso cominciare.

Effetto città

Leggo un libro sulla città. La quarta di copertina recita “La metropoli contemporanea: un mondo dove si incontrano e si sovrappongono geografie differenti. Un’opera d’arte complessa, enigmatica, infinita”.

La città come opera d’arte, una cosa che ho sempre pensato non certo una novità. Ma forse è anche a questo che servono i libri. A sistemare cose che sai, a dare ordine a pensieri confusi, così che, tutti bene allineati, diventino conoscenza.

La città è il posto in cui vivo, in cui mi piace vivere. Mi attira la possibilità di un libro sulle sue architetture, i suoi spazi, i suoi significati. “Le nostre metropoli non sono più ‘città dello spazio’, governate da leggi prospettiche rigorose, ma ‘città delle situazioni’…luoghi plasmati da violenti conflitti tra identità e differenze, tra saperi e poteri”. Anche questo lo so, lo intuisco tutti i giorni salendo sulla metro o attraversando quartieri con la bici. Leggerlo conferma la mia esperienza, le dà valore e questo, non so perché, mi fa sentire parte di qualcosa.

Ma non leggo libri solo per cercare conferme. Leggere sul mondo in cui vivo mi aiuta a trovare parole nuove, mi spinge a guardare le cose da un’altra prospettiva. “La città di oggi è una città-lista… un elenco non lineare di episodi”. Eccola, la vista nuova, quella a cui non avevo pensato. E, con la parola, arriva la cosa, cioè un’altra luce, un altro mondo che vale la pena approfondire. La città come successione non lineare di episodi, come narrazione infinita, aperta a tutto.

E’ solo una singola frase, lo so, ma accende in me il desiderio di esserci. Che sia Milano o Napoli poco importa. Narrazioni diverse, tutte valide. Ora il sole splende sul frammento di città inquadrato dalla mia finestra. Un frammento piccolo, col giusto numero di alberi e di case. Io potrei continuare ma mi fermo. Ho sotto gli occhi un episodio appartato della grande lista.

Esco a farmi un giro.